Capotavola o servitore?

Le icone dell’ultima cena pongono Gesù al centro della scena, considerato il posto d’onore, con gli apostoli metà da una parte e metà dall’altra.

Nulla ci impedisce di immaginare che la collocazione non sia stata questa, considerato che ai tempi non era diffuso l’uso di tavoli.

Intanto la cena era sicuramente più affollata rispetto al numero dei dodici apostoli, immaginario questo molto maschile e gerarchico. Nell’ultima cena il posto del Maestro, se non fisicamente, sicuramente moralmente e spiritualmente, non è stato quello del signore, del potente, il posto più prossimo al piatto di portata; Gesù ha girato per la sala come servitore che distribuisce.

Distribuire, infatti, non vuol dire far passare; il suo è stato sicuramente un gesto personalizzato di attenzione: mettere nelle mani di ciascun commensale pane, vino, quello su cui poco prima ha pronunciato la benedizione, di cui ha detto che è un segno che interpreta il suo amore.

Gesto, questo, molto distante da quello comune di attingere personalmente e direttamente dal piatto di portata.

Anche la lavanda dei piedi non possiamo immaginare che sia andata come viene ricostruita nelle nostre celebrazioni. L’intenzione e il gesto di Gesù hanno colto tutti di sorpresa suscitando una comprensibile reazione, anche perché, da che avevano l’uso della ragione, i piedi agli ospiti venivano lavati o dai servi o dalle donne.

Gesù ha fatto il giro della stanza, si è avvicinato ai piedi di ciascun commensale e li ha lavati. Se tra i discepoli c’erano prevedibilmente anche delle discepole, Gesù ha lavato i piedi alle donne. Inaudito!

Quindi si è rimesso a tavola concludendo con queste parole: «Vi ho dato l’esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

L’esempio non è il gesto materiale ma l’atteggiamento di Gesù tenuto durante tutta la cena, tutta la vita.

Gesù  chiede ai presenti di fare proprio il suo stile, quello di chi serve.

Il giovedì santo  per i cristiani può essere considerato, allora, il giorno dell’investitura al servizio, del diaconato

Nella chiesa delle origini, infatti, chi si dedicava al servizio veniva chiamato diacono, dal greco diakonòs e tradotto con il latino servo.

Anche il diaconato alle donne, che si troverà tra i temi del Sinodo della prossima stagione, lontano da intenzioni fuorvianti, vorrebbe rispettare le intenzioni di Gesù il cui esempio non era rivolto in esclusiva ai dodici, ma  a tutti i suoi discepoli e discepole.

Se le donne verranno ammesse al Diaconato, è per confermare l’appartenenza ecclesiale di un servizio praticato nella chiesa e nel nome del Vangelo da sempre, non come preludio all’ordine sacro, ma come configurazione al Signore Gesù che è venuto per servire.

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