La difficile arte di «accompagnare»

carcelen_giovani1 (640x481)Mi piace ospitare direttamente in un post la riflessione ed il «grido di aiuto» di un giovane impegnato in prima fila nella pastorale giovanile della sua parrocchia e nell’educazione dei ragazzi nella scuola: Marco Loca.

Siamo consapevoli che ascoltare, accompagnare, illuminare, sostenere, educare, formare… i giovani è un’arte che non si apprende a scuola, non ha tecniche e suggerimenti certi da applicare alla lettera… L’unica via certa e valida è la preghiera e l’apertura allo Spirito animati da «passione» e «com-passione» per questa periferia esistenziale oggi particolarmente trascurata qual è la gioventù. Eppure, in linea con l’opera di misericordia che stiamo trattando (Dare consigli a chi ne ha bisogno!) rilancio ai lettori del blog la richiesta di un dialogo aperto, che contribuisca ad un confronto fraterno su un tema che a noi Figlie dell’Oratorio è particolarmente caro: l’accompagnamento della gioventù per la quale Madre Ledovina invitava le suore a «non lasciare nulla di intentato per operare tutto il bene possibile in mezzo ad essa» e per la quale don Vincenzo ci inviò disposto a sacrificare tutti quei segni esteriori che potevano risultare di ostacolo all’avvicinamento delle giovani più… «lontane».

Pur essendo già pubblicato nei commenti, riporto il testo di Marco integralmente

«In questi giorni sto pensando molto al mio impegno a fianco dei giovani. Sabato una mia ex alunna, tanto bella quanto fragile, ha deciso di togliersi la vita. Oltre al dispiacere dei primi giorni, adesso è il momento in cui sorgono gli interrogativi e molte certezze si incrinano.

Come poter aiutare i ragazzi, senza che essi si sentano oppressi di attenzioni o di dure opinioni, che noi consideriamo consigli?

Come portare il cuore dei ragazzi ad interrogarsi ed a mettersi in discussione ?

Grazie della possibilità di questo confronto».

  10 comments for “La difficile arte di «accompagnare»

  1. Sr Federica
    07/04/2016 at 16:08

    Carissimo Marco, non ci conosciamo, ma le domande che poni ci accomunano. Non è facile trovare risposte, ma potersi confrontare insieme è già un tentativo di dar voce al desiderio di amare e sostenere i giovani che incrociamo sulle nostre strade.
    Non mi ritengo un’esperta, ma, quale Figlia dell’Oratorio, la mia vita incrocia spesso quella di ragazzi e ragazze. Non sempre riesco a stabilire un dialogo profondo con loro (per mille motivi e mille sbagli…), ma alcune cose credo siano importanti sempre, al di là di quanto significativa sia la relazione.

    Esserci. È fondamentale che i giovani percepiscano dal nostro atteggiamento e dai nostri comportamenti che quando e se loro vorranno, noi ci siamo. Gratuitamente. Senza chiedere il conto, ovviamente non in soldi, ma in ricerche più o meno nascoste di gratificazione e soddisfazione nostra o di reciprocità nel rapporto. Questo chiede una grande maturità affettiva, siamo chiamati a vigilare con tanta attenzione su ciò che ci muove nel vivere le nostre relazioni. Può capitare infatti di chiamare generosità e disponibilità quelle che invece sono solo ricerche di noi stessi e di soddisfazione del nostro bisogno di essere importanti per qualcuno.

    Non giudicarli. Mi sono accorta che troppo spesso i giovani si sentono giudicati dal mondo adulto, o meglio, dagli adulti che hanno vicino. Questo non permette un confronto libero e sereno con loro, non consente loro di aprirsi perché sentono sempre un dito puntato contro di sé. Le nostre costituzioni dicono che “è necessario che i giovani si sentano amati, perciò non solo stiamo con loro, ma ne condividiamo gli interessi e le aspirazioni, li accogliamo come sono…”
    Non è facile, lo sappiamo. Ma non dobbiamo accontentarci di meno!

    L’ascolto. Ascoltarli, ascoltarli, ascoltarli, sia in quello che ci dicono apertamente, sia nei loro comportamenti. Frenare il desiderio di trovare risposte al posto loro, di offrire soluzioni, di dirgli cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa devono o non devono fare e metterci invece in questo atteggiamento di ascolto. Sentendosi ascoltati e presi in considerazione, forse riusciranno anche a mettersi in ascolto di loro stessi, capire meglio se quello che fanno li soddisfa veramente e li fa essere pienamente se stessi o semplici burattini mascherati.

    Mi verrebbero da dire tante altre cose, ne aggiungo una soltanto per non esaurire qui il confronto. Da credente e consacrata, ritengo necessario e doveroso pregare per loro, rimetterli nelle mani del Signore, vivere la relazione con la consapevolezza che questi ragazzi non sono nostri ma Suoi. Questo non per lavarcene le mani, ma per vivere i rapporti con tutta la passione che ci è possibile, ma anche con la libertà che viene dalla certezza che la salvezza dei ragazzi non è opera nostra ma di Dio, ed è cosa già avvenuta! Non dobbiamo salvarli noi, ma, con la nostra testimonianza di persone redente, dire loro che la loro vita è già salva, è già in buone mani e dunque non hanno (e non abbiamo) nulla da temere.

    Grazie Marco per la tua provocazione e per i tuoi interrogativi. Le questioni restano aperte anche dopo questi miei balbettii…

    Ti assicuro la mia preghiera in questo momento delicato e faticoso. Prego anche per la ragazza di cui hai accennato. Il Signore la accolga nel suo abbraccio di misericordia.

  2. 07/04/2016 at 21:37

    Ciao Marco…. ci porgi delle domande assai profonde… In questo universo giovanile così vasto, così mutante, così evolutivo e passeggero.. non credo ci siano delle “ricette” per lo stare, accompagnare i giovani, perché è un universo formato da tante istanze quanti sono i giovani. Vivono in e per il gruppo, pensano, agiscono, desiderano cose simili, ma ognuno ha la propria parte ferita, vulnerabile. Per noi adulti penso sia necessario il tempo, la passione-dedizione per stare con loro e aiutarli innanzitutto a scoprire che assieme a quella parte loro ferita, ci sono delle potenzialità, cioè delle possibilità e forze positive che sono le loro risorse…. E questo è un lavoro da portare avanti giorno per giorno, momento per momento, che va più in la di quegli incontri fissi o sporadici che normalmente si fanno con loro… Ritengo importante anche quello che dice suor Federica in relazione all’ascolto, perché sentirsi ascoltati è sentirsi accolti e amati.
    P.S. Perdona il mio “itagnolo” (= italiano-spagnolo)…

  3. 07/04/2016 at 22:01

    Grazie di riportarmi alle tre “regole” che voi Figlie dell’Oratorio mi avete sempre indicato per poter diventare compagno di viaggio dei ragazzi.
    Mi hanno un po’ rincuorato.
    Come ho detto a molte di voi, nella scuola che frequento ho molti studenti che vivono grandi problematiche.
    Tante volte mi chiedo come potrebbe essere il mondo se noi cristiani fossimo capaci di avvicinarci e stare con loro anche solo ascoltandoli. Invece spesso rinunciamo perché ci sentiamo impreparati od impotenti.

  4. suor Federica
    07/04/2016 at 23:25

    Rinunciare perché ci sentiamo impreparati e impotenti è l’errore più grande che possiamo fare. Certo davanti ai nostri limiti e alla nostra mancanza di competenza abbiamo il dovere di farci aiutare. Ma tutti abbiamo la capacità di amare e spesso i ragazzi cercano “solo” questo. Non lasciamoci spaventare dalla nostra pochezza ma lasciamo agire il Signore attraverso noi, anche se piccoli e fragili.

  5. 08/04/2016 at 00:40

    Carissimo Marco, davvero grazie per aprire questo confronto, è cosa “buona e giusta” poter scambiare esperienze, domande, inquietudini. Sento che le tue domande sono anche le mie, e che i tuoi sentimenti molte volte sono stati anche i miei. Accompagnare qualcuno nel camino è un dono ed è anche una grande responsabilità. Chi lavora e sta in mezzo ai giovani sa benissimo quanto i ragazzi abbiano bisogno di ascolto, attenzione e dedizione.
    Ogni volta che penso all’accompagnamento mi viene in mente il testo dei discepoli di Emmaus (Lc 24,1-35): Il Maestro che si mette in cammino con i due discepoli e nella strada di Emmaus si realizza il “miracolo” dell’accompagnare.
    E “accompagnare” è proprio quello che fa il Maestro:
    Camminare con loro, dialogare, porre le domande giuste al momento giusto che aiutano a scavare nella loro delusione, offrire una parola “forte e salda” che scaldi il cuore, spezzare il pane (che non è altro che consegnare la propria vita).
    Condivido pienamente quanto detto dalle mie consorelle e mi permetto di aggiungere che accompagnare i giovani per me è anche:
    andare incontro: non aspettare che siano loro ad arrivare, stare con loro, condividere, ascoltare senza fretta e senza correré via.
    guardarli: nella esperienza umana sappiamo quanto sia fondamentale lo sguardo, c’è bisogno dello sguardo di qualcuno che ci riconosca, ci consideri, ci dica che esistiamo. I giovani chiedono di essere riconosciuti e presi sul serio. Ciascuno di essi spera di sentirsi dire: “Tu sei importante per me, tu vali molto”.
    ascoltarsi reciprocamente: è necessario avere la disponibilità a perdere il proprio tempo per consentire all’altro di esprimersi come meglio crede e mostrarsi per quello che realmente è; così che l’altro possa avvertire di aver incontrato una persona vera.
    Infine, posso accompagnare perché anch’io ho fatto esperienza di essere accompagnata, perché anch’io ho avuto la grazia di trovare persone che ci sono appassionate alla mia vita, perché anch’io ho trovato persone che mi hanno guardata con amore.

  6. suor Giuseppina
    09/04/2016 at 19:27

    Caro Marco, di fronte ad un esito così drammatico, all’interno di un impegno/attenzione verso il mondo giovanile, capisco e sottoscrivo lo smarrimento, il senso di colpa, ecc. ecc. Ma anch’io, nel mio piccolo, ti dico di non gettare la spugna. I giovani, come hanno detto le mie consorelle hanno bisogno, appunto perché non lo ammettono apertamente, di ascolto senza pregiudizi, di accoglienza, di sguardi che nascono da un cuore amabile nei loro confronti. E anche a loro mostrare, comunque, “la misura alta della vita cristiana” (San G.Paolo II), perché le risorse le hanno.
    Continua a star loro accanto. Una preghiera per la ragazza.

  7. 09/04/2016 at 21:53

    Care Figlie dell’Oratorio, vi riporto l’ultimo post di Giorgia (la mia alunna) su Facebook il giorno prima del misfatto:
    “Questa vita è una gabbia troppo stretta, quanto ci vuole a volare via di qui?”
    Due parole mi sono rimaste impresse: troppo e volare.
    Penso che con una breve frase Giorgia abbia centrato il sentimento di molti giovani.
    Carichiamo i ragazzi di obiettivi da raggiungere spesso troppo esigenti. Richiediamo alle persone di essere macchine perfette, secondo la teoria che o sei il migliore o non sei nessuno. Spesso vorremmo i ragazzi a nostra immagine e somiglianza o che evitino i nostri errori. Come insegnatomi da voi e dai miei nonni, cerco di aiutare i ragazzi, che incontro sulla mia strada, a volare nel cielo della vita.
    Dopo il tempo del disorientamento, torno convinto che “sono i sogni a dar forma al mondo”.

  8. 09/04/2016 at 23:32

    “Questa vita é una gabbia troppo stretta….” Riprendo questa parola 《gabbia》, essere in gabbia…. I giovani oggi si sentono in gabbia perché la societá é in gabbia! La cultura regnante esercita una enorme pressione sui giovani, transformandoli in persone fragili! In una societá dove il culto dell’immagine é il dio di turno, i giovani si percepiscono “orrendi, brutti….mostruosi”. Li spingiamo alla ricerca dell’immagine perfetta senza aiutarli a scorprirsi giá belli e preziosi, oggetto di meraviglia per quello che sono. In una societá dove le relazioni e i rapporti si giocano “in rete” i ragazzi non sanno cosa vuol dire “guardare l’altro negli occhi”. Abbiamo tolto loro la possibilitá del contatto, dello sguardo, della carezza, dell’abbraccio; non li aiutiamo a ricuperare l’arte dei rapporti, la saggezza e l’avventura meravigliosa di costruire relazioni vere e reali! In una societá dove l’importante é essere produttivi, ottenere risultalti, raggiungere obbiettivi… i ragazzi si sentono “incompetenti, incapaci, frustrati”. Facciamo credere loro di essere dei perdenti e non li aiutiamo a crescere nella gratuitá, in uno stile di vita libero dalla logica del calcolo, dell’interesse! Cosí la vita é una gabbia anche per noi adulti. Per questo é vero che si puó aiutare i giovani a SOGNARE e soprattuto a SPERIMENTARE uno stile di vita alternativo che va controcorrente…. E quello è lo stile del vangelo e del Maestro. SOGNARE un mondo che ti aiuti a scorprire “Che sei bello, importante, che vali proprio perché sei quello che sei”. Un mondo che ti offra la possibilitá di coltivare rapporti reali e ci permetta di tornare a “guardarci negli occhi”. Un mondo che accetti e incarni la follia dell’amor gratuito, che ti fa crescere libero della logica calcolo. Grazie ancora Marco, per questo scambio che mi permette di riflettere molto, molto:

  9. suor Immacolata
    10/04/2016 at 20:21

    Ciao Marco, ho aspettato qualche giorno a farmi sentire … Sinceramente in questi giorni ho pensato, riflettuto e pregato molto per la tragedia di Giorgia … Cosa dire !?!?!? Condivido in pieno quello che hanno scritto le mie consorelle e non aggiungo altro. Voglio solo condividere quello che qualche tempo fa leggevo: era un articolo sul corriere della sera e parlava del Cardinal Martini “il cardinale che invitava a sognare”. Riporto testualmente le sue parole che da pastore s’è chiesto: perché mi si presenta questo problema concreto (un attentato terroristico, una fabbrica che chiude, un prete che intende lasciare l’abito, un politico che ruba, una coppia che vuole conciliare il proprio amore e la possibilità di decidere quando aver figli e quanti, una donna abbandonata dal marito che s’è rifatta una vita affettiva e chiede i sacramenti) (e noi potremmo dire: perchè Giorgia si è tolta la vita) e la domanda è diventata: che cosa vuole dirmi il Signore mettendomi davanti a tali vicende, e come pensa che io possa essere testimone della speranza e della fiducia che ha posto in me?
    Il Cardinal Martini da innamorato della Sacra Scrittura ha chiesto aiuto alla conoscenza della Parola per cercare anche lì, nel racconto dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, risposte adeguate alle domande imposte dall’attualità. Forse può essere d’aiuto anche a noi. Preghiamo il nostro San Vincenzo Grossi affinchè ci renda capaci di accostarci ai giovani con la sincera convinzione di volere il loro vero bene.

  10. suor Federica
    11/04/2016 at 16:21

    Sottoscrivo in pieno ciò che dice Roxana. La parola “gabbia” colpisce molto anche me. Perché la vita è percepita come una gabbia? Da che cosa si è sentita intrappolata Giorgia? Quali le grate che le hanno tolto il gusto di vivere? E come noi adulti possiamo aiutare i ragazzi a vedere che la gabbia è aperta? Credo anche io che i nostri giovani oggi vivano una grande fragilità nei rapporti e nelle relazioni perché fondamentalmente non si sentono amati per quello che sono e percepiscono che il loro valore dipende da quanto sono in grado di rispondere alle aspettative altrui. Se rispondo bene ho il diritto di essere amato, altrimenti no. E questo genera frustrazione, ansia, mancanza di libertà, mascheramenti e camuffamenti, incapacità di essere se stessi…. più in gabbia di così!!!!!😱
    Per questo sottoscrivo le parole di Rox, che non sto a ripetere. Aiutiamo i ragazzi a sentire su di loro uno sguardo buono,pulito, libero, casto, aiutiamoli a scoprire che “non sono sbagliati”, che il loro valore non dipende dalle risposte che danno o meno alle aspettative, che possono vivere senza maschere e che è possibile vincere la paura della solitudine.
    Quanto è importante confrontarsi su queste cose e lasciarsi provocare e mettere in discussione… troppe volte diamo per scontato che siano i giovani quelli che non vanno bene….Signore, liberaci dalla presunzione!

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