Credono di venire ascoltati a forza di parole

La nostra giornata è (o dovrebbe essere) costellata da tanti momenti di preghiera che ne scandiscono il ritmo e

favoriscono in ogni occasione la vita di unione con Dio (Cost. 45). La santa messa, la liturgia delle ore nelle sue diverse parti, il rosario, la meditazione della sacra Scrittura, le novene, la preghiera di richiesta di intercessione del Fondatore, l’adorazione eucaristica… abbiamo un’abbondanza di modalità e di strumenti per coltivare e tenere viva la nostra relazione con Dio, spina dorsale della nostra esistenza. Ma il Vangelo di qualche giorno fa (20 febbraio 2024: martedì della prima settimana di quaresima) interroga e fa scaturire nel cuore qualche domanda non solo sulle modalità, ma soprattutto sul significato della nostra preghiera. Gesù è stato categorico: «Pregando, non sprecate parole come i pagani. Essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6, 7-8).

Che significato diamo alla nostra preghiera? Cosa ci anima, cosa cerchiamo e troviamo nelle diverse forme di preghiera che ancora oggi viviamo? Potremmo essere in contraddizione con l’insegnamento di Gesù? Certamente ognuna di noi troverà dentro di sé le risposte più autentiche e veritiere, a partire dalla propria sensibilità, storia e formazione. Non si tratta di stabilire categorie di preghiera «giuste» o «sbagliate»; è evidente però che il nostro modo di pregare rimanda a una precisa immagine di Dio, che non sempre coincide con quella che ci presenta Gesù nel Vangelo e può fondarsi su presupposti imperfetti. Potrebbe essere che le nostre tante parole di orazione abbiano la finalità di far conoscere a Dio i nostri bisogni e sollecitarlo a un intervento che riteniamo necessario, spingerlo ad agire oltre quanto stia già facendo. E forse si cela in noi la convinzione che Lui, essendo Dio, possa attuare sempre e istantaneamente quello che vuole.

Che immagine di Dio uscirebbe da una tale impostazione di preghiera? Quale dio si nasconde dietro alle nostre invocazioni e suppliche? Quale dio potrà mai essere quello che ha bisogno di essere invocato per agire? Può Dio essere ridotto a stampella delle nostre umane insufficienze, a prolunga che giunge lì dove noi non arriviamo, o – per dirla con Bohnhoeffer – a un tappabuchi delle nostre falle esistenziali? No, non è questo il volto di Dio che ci ha mostrato Gesù con la sua vita. Scopo della preghiera non è convincere Dio a intervenire, metterlo al corrente di qualcosa di urgente che non sa per modificarne l’agire. Al contrario, la preghiera cambia chi prega, mette la persona nelle condizioni di accogliere non ciò che chiede ma lo Spirito, promessa di vita nuova: «Il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono» (Mt 11, 13).

Non possiamo ridurre la preghiera a una delega di responsabilità. Grazia e impegno vanno a braccetto, non può esserci l’una senza l’altro e viceversa. La preghiera dilata la capacità di accoglienza dello Spirito, è un allenamento per divenire capaci di raccontare e rivelare l’amore di Dio, per scalfire la dura crosta del nostro cuore e renderlo morbido, disponibile a interiorizzare l’azione divina in modo da rivelarla nella vita.

«Per me è nuovamente evidente che non dobbiamo attribuire a Dio il ruolo di tappabuchi nei confronti dell’incompletezza delle nostre conoscenze; se infatti i limiti della conoscenza continueranno ad allargarsi – il che è oggettivamente inevitabile – con essi anche Dio viene continuamente sospinto via, e di conseguenza si trova in una continua ritirata» (Bohnhoeffer).

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