Non c’è amore più grande!

Con la domenica delle Palme iniziamo la Settimana Santa, caratterizzata da una serie di Liturgie che scandiscono la vicenda di Gesù, non solo giorno per giorno, ma addirittura segnando le ore.

In questa settimana non c’è l’epilogo drammatico di una esperienza davvero unica, quella di Gesù di Nazareth; troviamo soprattutto il senso della sua «missione», del suo essere «inviato», un senso che riesce ad accordare in una armonia naturalmente inconciliabili il «Benedictus» con il «Salve, maestro!», il «Crucifige!»” con «Padre, perdona loro», il «Consummatum est» con «Costui è veramente il figlio di Dio!».

La settimana Santa nella quale stiamo entrando è segnata ancora dalle sofferenze, dalle fatiche, dalle morti di migliaia di persone per la pandemia, a cui si aggiungono le contraddizioni e le incoerenze di tanti di noi. Nulla di tutto questo potrà e dovrà sarà estraneo alle Liturgie a cui parteciperemo.

Noi celebreremo i riti di questa settimana, dalla processione delle Palme agli altri segni, non come un teatrino sacro: ciò che annuncia la liturgia è la nostra realtà, interiore e quella che stiamo vivendo. Non si tratta di far finta di essere là, di essere come la folla che stende mantelli sulla strada e strappa rami per agitarli in segno di festa a Gesù. E poi tornare a casa come se si fosse trattato solo di una parentesi.

Cosa significa per noi cantare oggi il nostro «Osanna al redentore»? Significa, forse, che stavolta non gli volteremo le spalle, come la folla tre giorni dopo? Ma non è presuntuoso tutto questo, conoscendo le nostre contraddizioni? Allora quale lo scopo di un gesto liturgico di questo tipo?

La liturgia ci aiuta, oggi, ad arrivare fino alle nostre intenzioni più segrete, a distinguere i desideri sinceri dalle velleità, a riconoscerci peccatori e scoprire di essere già stati perdonati, a sperimentarci limitati e a confessare che solo insieme ci si salva nel pericolo anche se non dal pericolo.

La liturgia, vissuta in questo modo, non è solo servizio divino, ma anche profondamente umano, non vuoto rito, ma una porta nel mistero di Cristo, nel quale il nostro essere è immerso e dal quale viene continuamente rinnovato.

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