Re-inventarsi

Nella terza catechesi sullo zelo apostolico del credente, papa Francesco mette l’accento sulla gioia di chi annuncia il Vangelo e sottolinea che «un cristiano triste può parlare di cose bellissime ma è tutto vano se l’annuncio che trasmette non è lieto. Diceva un pensatore: “un cristiano triste è un triste cristiano”».  Il periodo storico che stiamo attraversando non è un tempo facile. Un secolo fa, il futuro era promessa. Oggi invece, gli studiosi non esitano a dire che il futuro è diventato una minaccia più che una speranza. In un clima del genere non è scontato non cedere alla tristezza e alla paura. E questo vale anche per i credenti. La chiesa non naviga in acque tranquille; la crisi del covid ha accelerato un processo di decadimento che era già in corso ma davanti al quale facevamo finta di nulla: i giovani prendono le distanze, le parrocchie si svuotano, le vocazioni diminuiscono, gli scandali del mondo ecclesiale vengono sempre più a galla, molti istituti religiosi sono ormai volti al declino e un senso di impotenza si diffonde a macchia d’olio. Come non farsi travolgere dal pessimismo e dallo sconforto? Come non ritrovarsi nell’abito del cristiano triste? L’incertezza ci spaventa.

Davanti a tutto ciò è necessario «re-inventarsi». Anche san Vincenzo Grossi ha vissuto in un tempo di cambiamenti e incertezze. Ma davanti «alla grande miseria religiosa e morale della gioventù femminile nelle campagne e nelle città che tutti vedevano e deploravano» non ha dato spazio alla lamentela e alla tristezza e non ha ripetuto quanto si stava facendo in precedenza. Ha fatto largo alla creatività, che non è sinonimo di improvvisazione o fantasia, ma di apertura mentale, di occhi e di cuore, con aderenza alla realtà. Albert Einstein definì la follia come il ripetere alla nausea la stessa azione aspettandosi dei risultati diversi. Re-inventarsi significa non ripetersi, cercare vie diverse, non per il gusto della novità fine a se stessa, ma per smetterla di dare le risposte di sempre (a sé e agli altri) a domande che nel frattempo sono mutate, con l’esito di ritrovarsi tristi e amareggiati perché la gente se ne va. Le parrocchie, gli Istituti, la chiesa tutta non possono non reinventarsi, non possono illudersi di restare uguali dentro un mondo che non è più lo stesso. Non è un caso che la tristezza sia legata alla pretesa. Pretendere di non cambiare porta ad essere come la moglie di Lot, che tenendo lo sguardo rivolto al passato si trasforma in una statua di sale, fossilizzata e immobile. «Chi annuncia Dio non può fare proselitismo, non può far pressione sugli altri, ma alleggerirli: non imporre pesi, ma sollevare da essi; portare pace, non portare sensi di colpa». Un cristiano con queste pretese è appesantito, paralizzato e generante paralisi. C’è bisogno di «una luce che faccia vedere la vita in modo nuovo, di una rinascita che avviene solo con Gesù». Una rinascita che possa manifestarsi nella teologia, nella spiritualità, nelle strutture ecclesiali, nelle relazioni, nel linguaggio e in tutte le modalità con cui la comunità dei credenti vive il Vangelo.

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