La cava da cui siamo state estratte: madre Ledovina Scaglioni (2)

Una confondatrice «sui generis»

Ha conseguito il titolo di maestra di scuola primaria «fuori età», ottenendo il diploma a 25 anni. Il fondatore voleva che le suore si dedicassero alla educazione anche nelle scuole pubbliche, ma lei non svolgerà mai questa attività né altre forme di apostolato diretto. La morte di suor Maria Caccialanza (5.09.1900), superiora del gruppo iniziale di comunità, le fa bruciare le tappe. A 25 anni Ledovina viene eletta, su suggerimento di don Vincenzo, superiora dell’istituto, anche se non mancavano altre candidate, idonee al compito per doti, esperienza ed età. Ledovina, accetta, ma per anni ha condiviso con alcune persone intime, tutta la sua repulsione per questo incarico e la fatica a sostenerlo. Ne è prova una serie di disturbi fisici, non ben definiti, legati probabilmente allo stress psicologico che il compito e la responsabilità esercitavano su di lei.

Per 17 anni ha goduto della presenza del Fondatore, e questo poteva rendere più leggera la «croce», ma Lui non si è mai sostituito a lei nel governo, in nessun momento; non ha mai preso in mano il comando. L’ha sostenuta, incoraggiata, illuminata, richiamata…, diretta come «direttore» e non come superiore: lei era la Madre generale.

Il carico del governo non le ha dato tempo e modo di sperimentare se stessa nelle opere di zelo, neppure quello parrocchiale. La sua missione era un’altra e don Vincenzo l’aveva intuito: la sensibilità spirituale, e il senso di umiltà e non inadeguatezza, come potevano lasciar intendere le sue parole, con cui svolgeva il suo mandato erano per lui i segni inequivocabili. 

Ledovina non aveva il carattere di manager, anche se le sue giornate erano piene di attività di governo; la sua attrazione fondamentale, quella che sola riusciva a darle pace, era la preghiera, la contemplazione, la vita di unione con Gesù Crocifisso e la missione spirituale dell’Istituto e il bene delle singole suore.

Dai contatti con alcune guide spirituali, ha potuto conoscere un movimento che nel filone della spiritualità del Sacro Cuore era orientato al sostegno del sacerdozio cattolico e della Chiesa con una esplicita dimensione sacrificale. Ne viene attratta, non solo per sé, ma soprattutto perché intuisce che è ciò di cui ha bisogno l’Istituto: una spiritualità forte e illuminata, a sostegno e a completamento della attività apostolica.

È consapevole di introdurre le suore a qualcosa di nuovo, avverte le resistenze, non si lascia intimorire dai rifiuti di alcune e dalle critiche, e mentre cura, insieme a don Vincenzo, le pratiche per l’istituzionalizzazione, si dedica alla sensibilizzazione delle comunità. Per alcuni anni, prima della approvazione provvisoria (1915) scrive frequenti lettere circolari illustrando il tema, si intrattiene in colloqui e scritti personali, propone pratiche ed esercizi particolari.

Il Fondatore, nel dar vita alle Figlie dell’Oratorio come collaboratrici dei parroci, non voleva offrire loro delle «ausiliarie» nelle opere di zelo, ma pensava ad una complementarietà che avrebbe raggiunto il suo culmine nella partecipazione alla vocazione e alla missione del sacerdote.

Ledovina la chiama la «missione speciale» dell’Istituto, quella cioè di unire alle attività di zelo, la preghiera e l’offerta per i sacerdoti. E incomincia a concretizzarla suggerendo modalità per attuarla: offerta quotidiana, offerta ripetuta nel corso della giornata, offerta di vittime in unione alla Vittima divina.

Don Vincenzo potrebbe sentirsi scavalcato nella sua identità di fondatore… e invece, proprio perché Lui stesso considera e vive il sacerdozio come identificazione alla «vittima» che ogni giorno offre sull’altare, a sorpresa di chi ha potuto ascoltare direttamente le sue parole, spiega che questa era l’idea iniziale della fondazione e che solo ora si è compresa pienamente. Grazie a Ledovina!

Qui forse può trovare origine il titolo di «madre», attribuitole ininterrottamente, legato alla sua missione e attività di «generatrice al carisma spirituale», più che alle sue doti materne, qui il titolo di confondatrice anche se le è stato riconosciuto solo alla sua morte.

La memoria di madre Ledovina Scaglioni, oggi, proprio perché continuiamo a chiamarla e a ritenerla «madre», ci riporta alle origini, a riconsiderare la roccia da cui siamo stati tagliati, alla cava da cui siamo stati estratti (Isaia 51,1).

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