Non ci sia altro vanto…

Quando don Vincenzo conobbe il contenuto della relazione che il Vescovo aveva scritto in seguito alla visita pastorale alla sua parrocchia provò un misto di gioia, di contentezza, di compiacimento. Il suo superiore esprimeva soddisfazione per i progressi dei fedeli e don Vincenzo ne fu toccato profondamente perché le parole del Vescovo erano tanto essenziali, quanto sincere. Sicuramente ebbero il potere di indebolire ai suoi occhi il peso di quanti, anche se pochi, lo criticavano e lo osteggiavano, ma soprattutto erano per lui una iniezione di fiducia umana e spirituale. Per alcuni giorni don Vincenzo non poté  nascondere ai suoi fedeli e nemmeno a se stesso che era davvero contento. Non era più preso dal dubbio se quello che faceva e come lo faceva era giusto; era semplicemente soddisfatto e in certi momenti arrivava anche ad essere compiaciuto di se stesso.

A poco a poco questo stato d’animo sfumò e lasciò il posto ad un senso di insoddisfazione. Non fece fatica a capire che era divenuto prigioniero di un orgoglio sottile e spirituale.

Fare del bene, compiere opere di carità, adempiere ai doveri del proprio «stato», era un piacere buono, ma intuì che andava sorvegliato, moderato perché non diventasse l’obiettivo da raggiungere. 

Erano, invece, solo mezzi: il fine dovevano essere le anime e Dio!

La  gioia, la gratificazione, la contentezza doveva trovarle nel servire Dio attraverso tutto il bene che riusciva a compiere.

Avere continuamente come riferimento Dio, avrebbe sicuramente liberato le sue opere da quel segreto amor proprio che gliele faceva sentire come sue e non di Dio.

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