Don Vincenzo, il «tabachin»

Don Vincenzo fiutava tabacco: così hanno raccontato la sua domestica, alcuni  fedeli e i coadiutori di Vicobellignano.

Soffriva di forti emicranie e accusava frequenti congestioni al naso. Il medico gli suggerì di usare il tabacco per ridurre questi sintomi fastidiosi e per un po’ di tempo sembrò funzionare. Non lo prendeva in pubblico, anche se ne faceva un uso continuo per tenersi sveglio nelle lunghe ore di confessionale. A volte, quando gli succedeva di dimenticare la scatola del tabacco, lasciava i penitenti in fila e andava in casa a prenderla.

Fu proprio questa «esigenza» di avere sempre con sé il tabacco, che gli fece prendere consapevolezza che stava diventando un vizio, una dipendenza e se ne rammaricò. Si aggiunse poi il fatto che gli effetti lenitivi sul mal di testa non erano così efficaci come si aspettava. A completamento di un quadro molto incerto alcuni tra i suoi fedeli non gli nascosero che nel ricevere la comunione si percepiva nelle sue mani un forte odore di tabacco. 

Don Vincenzo aveva motivazioni sufficienti per smettere e non ci pensò due volte a decidersi: il tabacco non era un rimedio efficace per il suo mal di testa, stava diventando un vizio e inoltre disturbava i suoi fedeli. Non fu però semplice per lui interrompere l’abitudine, tanto che raccontò di aver fatto murare la tabacchiera in una parete della casa. Nessuno ovviamente la cercò, né fu mai riferito che sia stata trovata, ma, al di là dell’aneddoto, è evidente il discernimento di don Vincenzo. Non era biasimevole che fiutasse tabacco, ma nemmeno lodevole.

 Voleva, però, essere libero da qualsiasi condizionamento a favore della priorità da dare a Dio e ai suoi fedeli. Voleva poter pregare con sincerità le parole del Salmo: «Tu sei l’unico mio bene!»

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