Alla presenza di Dio

Tra i suoi confratelli, don Vincenzo sapeva che c’era chi lo stimava, se pure alla maniera contadina, cioè senza complimenti o espressioni di adulazione, e chi invece interpretava le sue «originalità» come difetti e mancanze che pesavano negativamente sul suo ministero.

In particolare, un suo coadiutore aveva commentato qua e là alcuni episodi che considerava vere e proprie inadempienze del proprio parroco, se non addirittura gravi scorrettezze pastorali.

Don Vincenzo, venuto a conoscenza di questo episodio, si chiese cosa fare: scrollarsi dalle spalle queste critiche, o cercare chi poteva rassicurarlo del contrario?

Preferì raccogliersi in preghiera, come era solito, nel coro della chiesa, a tarda sera, ed esaminare se il suo operato era principalmente orientato a Dio o ad altro. Sostò a lungo chiedendosi con sincerità:

Se qualcuno gli avesse domandato improvvisamente se ciò che faceva lo faceva per Dio, cosa avrebbe potuto rispondere?

Temeva forse il giudizio che avrebbero potuto fare i suoi confratelli o i suoi superiori delle sue azioni?

Riguardo alla riuscita del progetto di fondazione era totalmente tranquillo o era preso dall’apprensione?

Era geloso del suo progetto o volentieri avrebbe associati altri al suo lavoro?

Prima di uscire di chiesa, si avvicinò all’altare, e posandovi sopra le mani, come in una specie di patto, disse:

«Farò il mio lavoro alla presenza di Dio, orientandomi verso di Lui per mezzo di una affettuosa attenzione del cuore e servendolo in tutto».

Aveva compreso che i suoi veri nemici potevano essere le sue disposizioni interiori, se orientate a se stesso, anziché unicamente e principalmente a Dio.

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