Una Chiesa che si mobilita
La Conferenza Episcopale Italiana promuove una giornata di digiuno e preghiera per la pace da vivere oggi, 13 marzo 2026 (qui). Gli sviluppi delle ultime settimane sono preoccupanti. La guerra è ormai sfoggiata come mezzo di potenza e di dominio, come opportunità di sviluppo economico, alla stregua di qualsiasi altra modalità. E questo non solo da teocrazie dittatoriali da cui prendiamo quasi schifati le distanze, sentendoci superiori, più evoluti, ma dalle cosiddette grandi democrazie occidentali, in primis gli Stati Uniti, che fanno carta straccia del diritto internazionale e agiscono infischiandosene della vita delle persone.
Ben venga allora l’invito della Cei, segnale di una Chiesa che non sta a guardare passivamente, che prova ad alzare evangelicamente la voce, che si ribella alla logica guerrafondaia, che non normalizza ciò che normale non è e dice: «Non nel nome di Dio, non in nostro nome, non nel nome del vangelo state facendo questo scempio, voi potenti della terra».
È di qualche giorno fa la lettera aperta ai cosiddetti “mercanti della morte” (qui https://www.chiesadinapoli.it/lettera-ai-mercanti-della-morte/ ), scritta dal cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia ai responsabili della spirale di violenza che avvolge l’umanità. Merita la lettura e la preghiera. Urge che la sua voce non resti isolata, dobbiamo far sì che diventi grido corale della Chiesa tutta. A tal proposito riprendiamo anche le parole di Simona Segoloni, presidente del CTI (Coordinamento Teologhe Italiane) pubblicate sul suo profilo Facebook:
«Sogno vescovi, parroci, movimenti, religiosi, associazioni, tutti noi che ci coordiniamo e magari facciamo vedere che NON ci stiamo, che NON voteremo governi guerrafondai, che NON compreremo prodotti di chi guadagna sulla guerra. Potremmo organizzare in tutte le città un luogo di protesta contro la guerra sempre presidiato, fare iniziative…insomma fare i cristiani. Che il nostro governo sappia con chi stiamo, che le industrie lo sappiano, lo sappia anche Amazon e che qualunque persona di buona volontà sappia su chi può contare per fermare questo schifo. Perché è uno schifo. Cominciamo a chiamare le cose col giusto nome. Facciamo vedere chi siamo: noi siamo quelli e quelle che conoscono il Dio della vita e lo servono».
Ben venga la preghiera, ma con la consapevolezza che Dio non interverrà al nostro posto. La pace non calerà dal cielo magicamente e senza sforzo. Pregare non è affidare a Dio il compito di fare lui quello che a noi costa, chiedergli di intervenire lasciando noi sul divano a guardare. Riprendiamo ancora le parole di Segoloni:
«Pregare per la pace significa sintonizzare e convertire il nostro cuore su quello che lui vuole (la vita e la pace per tutti) non solo nei piccoli gesti quotidiani, ma anche sul piano sociale, politico ed ecclesiale. Quando la minaccia alla pace e alla vita sono le dinamiche politiche internazionali è su quel piano che dobbiamo chiedere a Dio la conversione del cuore e questo significa voler piegare la nostra volontà al bene di tutti e lasciarci ispirare azioni contrarie al sistema economico e sociale vigente. Sappiamo che il sistema economico è diventato di una ingiustizia smodata e sappiamo che questo provoca violenza e prevede la guerra come elemento sistemico. A questo livello da soli non possiamo fare niente, ma unendo competenze e forze sì. Preghiamo insieme per sintonizzare i cuori sulla volontà di pace, sul desiderio di impegnarci a fare i passi necessari per un mondo altro».

La preghiera e il digiuno non sono azioni di un giorno. Sono azioni continuative, che richiedono il cambiamento delle nostre abitudini e dei nostri comportamenti quotidiani: il digiuno non sia mera rinuncia a un pasto di un giorno, ma scelta economica e politica per dire no a chi guadagna sulla morte di altri, modo nuovo e critico di fare la spesa, nella consapevolezza che ogni nostro acquisto è una scelta politica che può sostenere o punire chi fa della guerra una virtù.
Concludiamo con le parole ancora della presidente del CTI: «La Sua parola ci mostri dove lo Spirito ci vuole portare e ci insegni a seguirne le tracce con gesti concreti di giustizia e resistenza alla violenza. Nel privato certamente. Ma non solo e non soprattutto: il Vangelo ha un risvolto sociale e in questi tempi mi sembra che il mondo intero ne abbia bisogno».