Un «Leone» mansueto, ma deciso

«Per  favore, non dimenticatevi di pregare per me». Era la richiesta con cui papa Francesco concludeva ogni suo discorso e con cui aveva aperto il suo pontificato. Poche parole che esprimevano la grande consapevolezza di non poter bastare a se stesso e di non poter portare con le sue sole forze il pesante fardello del ministero petrino. Non erano segno di pavidità o di debolezza, ma un riconoscere che – oltre al sostegno del Signore – c’è bisogno del contributo di tutti e che nessuno deve sentirsi fuori gioco.

Papa Leone XIV, con il concistoro straordinario terminato l’8 gennaio u. s., si pone in diretta continuità col suo predecessore, ribadendo che il centro non è lui e non è nemmeno la Chiesa: infatti «non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore÷.

Ascoltando le parole di papa Prevost, si ha la percezione che quest’uomo pacato e fermo, abba chiaro che ciò che gli è stato affidato è qualcosa di prezioso e delicato e che stia cercando di mettere in pratica l’indicazione che troviamo su tanti scatoloni: «Maneggiare con cura». Leone – per fortuna – non morde, non azzanna, non si fa padrone. Al contrario, chiede aiuto e sostegno, si confronta, ringrazia per essere riuniti insieme, sperimenta la necessità di poter contare sui cardinali, ammette che insieme la paura fa meno paura. Non sempre riusciremo a trovare soluzioni immediate ai problemi che dobbiamo affrontare. Sempre, però, in ogni luogo e circostanza, potremo aiutarci reciprocamente – e in particolare aiutare il Papa – a trovare i “cinque pani e due pesci” che la Provvidenza non fa mai mancare là dove i suoi figli chiedono aiuto». E questo stile di comunione è già vangelo, al di là delle decisioni che la Chiesa prenderà a livello pastorale o teologico o dottrinale.

Se è vero che Leone non morde e non azzanna, è altrettanto vero che scuote e che interroga, con gentilezza e decisione: «Chiediamoci: “C’è vita nella nostra Chiesa?”. Io sono convinto di sì, certamente. Questi mesi, se non l’avessi vissuto prima, certamente ho avuto tantissime belle esperienze della vita della Chiesa. Però la domanda è lì: “C’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino”». Non possiamo chiuderci e dire: “Tutto è già fatto, finito, fate come sempre abbiamo fatto”. C’è veramente un cammino e con il lavoro di questi giorni stiamo camminando insieme».

E noi, come rispondiamo?

Rispondi