9 marzo: la nascita di un uomo che la Chiesa ha riconosciuto Santo

L’esperienza più coinvolgente e rigeneratrice che ogni persona possa vivere è quella dell’incontro. È la possibilità di poter entrare in una sintonia armonica e profonda con un altro essere umano. Altrimenti non è incontro ma è accostamento senza che nulla delle due persone arrivi a toccare l’anima dell’altra. E non è necessario che si mettano in campo eventi o personalità straordinarie. Si tratta solo di sintonia.

In occasione dell’anniversario (9 marzo) della nascita e del Battesimo del nostro Fondatore, san Vincenzo Grossi, accogliamo il racconto di alcune esperienze di incontro con lui. Sono esperienze che riescono a manifestare come la ricchezza umana e spirituale di una persona, nel nostro caso, di un santo, riesca a coinvolgere, ad esercitare un certo ascendente, così che questo incontro non solo non si dissolva nel tempo, ma, consolidandosi, si arricchisca in modo determinante.

Parlano: un sacerdote, una suora matura e una suora con pochi anni di vita religiosa e una laica, ognuno con un approccio diverso ma per tutti profondo e significativo.

San Vincenzo: uno di famiglia

Sono trascorsi ormai diciott’anni da quando conobbi le Figlie dell’Oratorio. Attraverso di loro conobbi anche il fondatore, don Vincenzo Grossi, che in quegli anni era ancora il «beato» Vincenzo. Ero un giovane prete ventottenne, poco più che novello, che dopo un’intera vita in campagna arrivava finalmente nella grande Milano. Le Figlie dell’Oratorio, che operavano nel pensionato di fronte alla parrocchia, diventarono subito per me un riferimento.

Se le suore volevano bene alle ragazze del pensionato, alla gente della parrocchia e anche a me, se avevano una spiritualità così diretta e fraterna, chi le aveva volute e formate così? Doveva essersi trattato di uno che sapeva che cosa significa vivere il Vangelo nella quotidianità, senza fronzoli e senza sconti. Fu naturale per me a questo punto voler conoscere don Vincenzo e andarlo a trovare a Lodi. Fu un’esperienza di grazia. Posso dire che divenne subito per me uno di famiglia, un prete amico, un confratello più anziano ed esperto, uno con il quale ci si capisce subito.

Leggere gli scritti di san Vincenzo per me che sono sacerdote significa poter entrare nella sua vita, vederlo meditare, scrivere, correggere, e poi pregare, predicare, incoraggiare, esortare, istruire la sua gente. Confesso che sento sempre un gran bisogno di avere come amici dei santi sacerdoti. Non soltanto per avere un modello da imitare, ma anche per sentirmi rassicurato, aiutato, corretto, illuminato, confortato. Leggere san Vincenzo significa leggere il Vangelo per la vita di ogni giorno, in ogni periodo della storia, anche nel nostro. Proviamo a leggere una pagina, e vedremo che parla anche di noi, della nostra vita, della nostra fede. Don Vincenzo non ci ha conosciuti fisicamente sulla terra, ma ci conosceva già nello spirito: quello che ha scritto per la gente della sua epoca che con ammirazione lo ascoltava predicare dal pulpito, lo ha scritto anche per noi, pensando anche a noi, volendo bene anche a noi che saremmo venuti dopo nel tempo. Termino queste mie povere parole mentre mi trovo fisicamente vicino a lui: qui, sulla mia scrivania, c’è una sua reliquia, dono grande che mi fecero le suore, dono a me carissimo. Chissà che adesso san Vincenzo non mi sgridi per aver parlato troppo… il suo sguardo mi sembra dire: «Basta, basta ricordati piuttosto che io ho fatto, detto e scritto tutto solo per Gesù. Fai anche tu così e sarai felice insieme alle sorelle e ai fratelli che incontri».                                                                                                 Mons. Federico Gallo

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