Hai imparato a piangere?

«Noi Figlie dell’Oratorio, secondo il carisma originario dell’Istituto, siamo dedite alla promozione umana e cristiana della gioventù femminile, specialmente la più povera e bisognosa», dice l’art. 58 delle nostre Costituzioni.

L’esortazione apostolica postsinodale Christus vivit  dice al n. 71: «La gioventù non è un oggetto che può essere analizzato in termini astratti. In realtà, la “gioventù” non esiste, esistono i giovani con le loro vite concrete».

Diverso è per ogni FdO dire «mi dedico alla gioventù» piuttosto che dire «dedico il mio tempo, le mie forze, la mia preghiera a Francesca, che sta terminando l’università e si chiede come spendere la sua vita dopo questa tappa; a Maria, che ha i genitori separati e si fa carico dei suoi fratelli più piccoli, portando sulle sue spalle un peso forse troppo grande per lei; a Sara, che partirà per l’Erasmus e non sa cosa l’aspetta; a Lucrezia, che dopo anni di studio si ritrova disoccupata e deve scegliere se rimanere nella sua terra natìa, il Meridione, o andarsene a cercare fortuna altrove; a Rita, che ha fatto un passo troppo azzardato e si ritrova incinta; ad Angela, che dopo essere stata tradita da un’amica si è chiusa a riccio e non vuole vedere nessuno…». Quante ragazze, con le loro storie, hanno incrociato e tuttora incrociano la vita e la storia delle Figlie dell’Oratorio! Quanto affetto e dedizione sono passati e passano nei nostri oratori e nelle nostre comunità, quanto ascolto e tempo donato, quante energie spese con entusiasmo e quante lacrime versate nel segreto da tante suore nel vedere la sofferenza delle giovani a loro affidate… o quante lacrime di gioia nel condividere i traguardi raggiunti, le tappe vissute dalle loro fanciulle! Quanta vita! Quanta bellezza! Quanto amore!

Difficilmente ci si lascia guardare mentre si piange, e se succede, l’imbarazzo è a livelli altissimi. Il pianto è considerato segno di debolezza e fragilità. Una persona che piange è vulnerabile, può essere ferita più facilmente, non esprime potenza e prestanza. Il pianto è bandito dai nostri volti.

Ma dice la Christus Vivit al n. 75: «Non possiamo essere una Chiesa che non piange di fronte ai drammi dei suoi figli giovani. Non dobbiamo mai farci l’abitudine, perché chi non sa piangere non è madre. Noi vogliamo piangere perché anche la società sia più madre, perché impari a partorire, perché sia promessa di vita».

La nostra presenza in questa società che «anestetizza i giovani con altre notizie, con distrazioni, con banalità» (CV 75) ha ancora tanto da offrire. Una presenza chiamata ad essere segno che è possibile vivere diversamente, è possibile lasciare spazio alla condivisione profonda, alla commozione sincera, all’empatia autentica. In una società in cui sembra avere la meglio la logica individualista e asettica di fronte al dolore altrui, possiamo gettare semi di misericordia e compassione, che si esprimono anche piangendo (CV 76).

Il pianto esprime vicinanza, contatto, interesse, compassione, peso portato assieme, felicità condivisa senza invidia e ipocrisia. «Certe realtà della vita si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime. Cerca di imparare a piangere per i giovani. Quando saprai piangere, soltanto allora sarai capace di fare qualcosa per gli altri con il cuore» (CV 76). Il pianto è il segnale che «la tua storia è la mia storia», non mi lascia indifferente. Le lacrime dicono che il mio cuore non si è indurito e calcificato, che il mio sguardo non è ripiegato su se stesso ma è ancora capace di vedere il dolore e la gioia oltre il mio io. C’è chi sostiene che solo i bambini o solo i santi piangono senza provarne vergogna. E allora il Signore ci doni la grazia di tornare bambine… o di essere sante!

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