Ecuador, mia terra santa…

Iniziamo con questo post, che riporta la testimonianza di suor Roxana Castro, la condivisione di alcune esperienze missionarie delle Figlie dell’Oratorio.

Convinte che, per una strana ed esaltante legge spirituale totalmente contraria alla matematica, ciò che si condivide si moltiplica, abbiamo chiesto ad alcune suore che operano o hanno operato nelle missioni in Argentina e in Ecuador di «condividere» con i lettori del nostro Blog che cosa significa o ha significato per loro la missione ad gentes. Le ringraziamo sin d’ora per questo dono e gioiamo con loro per le opere grandi che il Signore continua ad operare attraverso il servizio delle suore in terra di missione.

Togliti i sandali dai piedi,

perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!

(Esodo 3,5)

La prima volta, per me, in terra ecuatoriana è stato nel 2000! Nell’agosto di quell’anno, con un gruppo di giovani di Cernusco sul Naviglio, abbiamo condiviso un mese di missione a conclusione del loro percorso di formazione spirituale

Da quel momento sempre ho parlato dell’Ecuador come della mia terra santa, cioè del luogo nel quale Mose è stato invitato a togliersi i sandali perché era davanti a Dio e al mistero della vita.

Nel 2007 sono stata «inviata» in Ecuador, nella nostra comunità di Carcelen – Quito  dove sono rimasta quattro anni, un tempo breve ma sufficiente per confermare  in me la percezione di trovarmi in un territorio sacro. Per descrivere quegli anni le parole che possono riassumere quel momento della mia vita religiosa sono tre: VICINANZA, PICCOLEZZA, MERAVIGLIA.

La prima parola è VICINANZA. Ho imparato che il Vangelo passa attraverso l’essere accanto, il condividere; la fede è  per sua natura come il fuoco, non resta chiusa, cerca sempre di uscire. La gente, la terra stessa, la vita di tutti i giorni erano per me e per la comunità una provocazione continua ad uscire, a rimanere aperti all’altro, alla sua storia, al suo essere diverso da me, a lasciarsi toccare e interrogare dalla «carne» del fratello.

La seconda parola è PICCOLEZZA. Ho imparato che lo stile del Regno è lo stile dell’insignificante. Una delle tentazioni per chi arriva  in «missione» è quella  di fare molte cose, di portare delle novità,  pur sempre in funzione del bene, senza rendersi conto che la Buona Notizia passa attraverso i gesti più semplici, normali, ordinari secondo lo stile  del Maestro a Nazareth. Piccolezza come perdere tempo nell’ascolto, nell’accompagnare accogliendo il ritmo dell’altro con rispetto e delicatezza.

La terza parola è MERAVIGLIA. Ho imparato a riconoscere, magari con inmenso stupore, come la Buona Notizia si apra il cammino nella vita delle persone, e che io sono solo uno strumento, perchè il vangelo trova da solo il momento, il dove, il come e il quando arrivare al cuore della gente.

Vicinanza, Piccolezza e Meraviglia mi hanno permesso di capire che la missione è sapere andare incontro all’altro a piedi scalzi, senza pretese ed aspettative, spoglia e vulnerabile.

Quel tempo trascorso in missione mi ha così aiutato ad approfondire e a vivere la vocazione di Figlia dell’Oratorio secondo uno stile di semplicità, di umiltà e di gioia come modo specifico di «stare» in mezzo alle persone e in particolare ai giovani.

suor Roxana Castro

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