Perché lasciare ogni speranza…se è tempo di primavera?
Nelle stazioni ferroviarie – nelle piccole è più immediata la percezione -, c’è un binario dove sono destinati alcuni convogli, motrici o carrozze, senza più alcuna possibilità di proseguire, considerato come termine definitivo della corsa.
È una immagine che drammaticamente si potrebbe usare per indicare la realtà, non solo della vita religiosa, ma nello specifico di alcuni istituti e più dettagliatamente di alcune nostre comunità.
È una legge naturale, fisiologica. Trattandosi, però, di una realtà, quella della vita religiosa, che affonda le radici nello Spirito, penso che non ci sia consentito considerarci o essere considerate in attesa di «rottamazione» o di «demolizione», come avviene per i mezzi di trasporto obsoleti e quindi non più adatti ad essere messi in circolazione.
Dom Luca Fallica, abate di Montecassino,
all’assemblea USMI 2026 delle superiori generali, anche se il tema parlava di primavera quindi di speranza, non ha indicato la luce in fondo al tunnel. Ha affermato che la profezia della vita religiosa è stare nella notte, nel guado, nella crisi, senza la pretesa di possedere risposte, senza l’illusione di avere un navigatore in grado di indicare la strada da percorrere. Tutti sappiamo che per certe mete non ci sono strade già tracciate, perché secondo un noto detto «il cammino si fa camminando».
Che cosa stiamo aspettando, allora, bloccate in questa impasse, in cui avanti non si riesce andare e tornare indietro è fuori luogo e fuori tempo?
L’abate di Montecassino molto onestamente ha offerto dei suggerimenti concreti e quindi attuabili e pertanto verificabili, alla portata della attuale vita religiosa:
- passare dagli impegni apostolici alla vita apostolica;
- passare dal servizio ad una esistenza «parabolica» che sia cioè un racconto evangelico alle donne e uomini di oggi;
- passare dalla obbedienza-sottomissione al discernimento obbediente
- passare da una autorità autoreferenziale ad una autorità sinodale;
- passare dalla comunità alla comunione, nella quale diventare accoglienti, ospitali, capaci di relazioni non solo ad intra ma anche ad extra.
Tra queste ben mirate provocazioni, quasi da bisturi chirurgico, non potrebbe esserne individuata almeno una che possa diventare argomento di discernimento comune, di pratica capillare e coinvolgente, se non addirittura il tema di un Capitolo generale, in una prospettiva di profezia e non di restauro?
Se no, a quante ci troviamo già su questo binario su nominato, o dove potremmo presto essere destinate, non rimane che ripeterci : «lasciate ogni speranza voi che entrate».
