Homo homini…lupus o frater?

Gesù risorto apparendo ai suoi rivolge loro ripetutamente il saluto: «Pace a voi!».

Sappiamo che shalom o salam è il saluto più corrente nel Medio Oriente che corrisponde un po’ al «ciao» dell’Occidente, con una differenza sostanziale, che è quella del significato della parola. Shalom/salam  vuol dire «pace» e ciao etimologicamente significa: «Sono al tuo servizio».

Gesù nel salutare i suoi voleva augurare e quindi donare una «pace» nuova o semplicemente stava utilizzando un linguaggio familiare?

Forse l’uno e l’altro. Ma quando, già prima della sua morte e risurrezione, dice «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,25.26) è evidente che ha un intendimento chiaro ed esplicito che si distacca dal senso di un comune saluto amichevole.

Oggi la parola «pace» ha un significato di grande spessore, e stiamo assistendo impotenti alla sua sconfitta. Tutti la invochiamo: chi da Dio, chi dalla diplomazia, chi dal silenzio delle armi, chi dai trattati internazionali riconosciuti e rispettati.

Ma sembra che nessuna di queste strade portino alla pace che desideriamo oggi per l’umanità. La stessa Pasqua che stiamo celebrando spalmata in 50 giorni non promette che tutto andrà bene.

Ci ricorda, invece, che la pace che il Risorto ci lascia è una potenzialità. Non basta desiderare la pace per averla. 

Perché si diffonda occorre trovare uno spazio concreto e reale in cui lasciarla accadere, occorre ritornare umani, sconfessare il detto latino citato da Plauto “homo homini lupus”.

Perché, se è vero che l’uomo può essere lupo per l’uomo, è altrettanto vero che può essere fratello.

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