Vita consacrata: una presenza che resta

Il Dicastero vaticano per la vita consacrata ha pubblicato il 28 gennaio u.s. una lettera indirizzata a tutti i consacrati e le consacrate, che mette in luce come questa realtà ecclesiale sia ancora capace di fedeltà non solo a Dio ma anche – inscindibilmente – alla storia. Molte sono le situazioni complesse in cui religiosi e religiose si trovano a vivere: «contesti segnati da conflitti, instabilità sociale e politica, povertà, emarginazione, migrazioni forzate, minoranza religiosa, violenze e tensioni che mettono alla prova la dignità delle persone, la libertà e a volte la stessa fede».
Nella lettera viene usato il verbo «restare», che potrebbe rimandare alla staticità, all’immobilità, all’assenza di movimento. Ma la sottolineatura va invece sulla fermezza, su quel restare che non è stagnazione, ma tenacia nella prova, è resistenza nella disperazione e perseveranza nella fatica.
Restare è fedeltà alle persone, ai luoghi, è farsi trovare lì dove c’è bisogno. Esserci. E per far questo occorre uno sguardo vigile, un ascolto attivo che colga le domande reali che la vita ci pone, non accontentarsi di dare le stesse risposte a domande che cambiano, o peggio, di dare risposte a domande che nessuno si fa. Restare significa non scappare davanti alla responsabilità, non fuggire dai problemi, non chiudersi in una torre d’avorio per salvarsi, ma giocarsi fino in fondo, sporcandosi le mani. Starci dentro.
Alcune delle domande che ci facciamo sono: Che ne sarà di noi? Siamo poche suore, siamo ammalate, siamo vecchie. La vita religiosa ha futuro? Questione che si potrebbe anche tradurre con: «resteremo»? Resterà qualcosa di noi? Sì, resterà qualcosa nella misura in cui sapremo abitare la vita senza arroccarci in difesa, farci carico della complessità della storia senza averne paura. «Il “restare” evangelico non è mai immobilità né rassegnazione: è speranza attiva che genera atteggiamenti e gesti di pace: parole che disarmano proprio dove le ferite dei conflitti sembrano cancellare la fraternità, relazioni che testimoniano il desiderio di dialogo tra culture e religioni, scelte che proteggono i piccoli anche quando stare dalla loro parte chiede un prezzo da pagare, pazienza nei processi anche all’interno della comunità ecclesiale, perseveranza nella ricerca di percorsi di riconciliazione da costruire nell’ascolto e nella preghiera, coraggio nella denuncia di situazioni e strutture che negano la dignità delle persone e la giustizia». Se vivremo così, forse «resteremo». O chissà, forse moriremo. Ma saremo «come seme che accetta di morire perché la vita fiorisca».

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