Uomo distaccato affettivamente ed effettivamente dai beni

«Uomo distaccato affettivamente ed effettivamente dai beni terreni, comodità, alimenti, abiti, casa…»

Ai tempi di don Vincenzo non era insolito che la scelta del sacerdozio fosse legata al desiderio o al bisogno di raggiungere uno status sociale apprezzato e un certo agio economico.

Si diceva comunemente di un giovane che faceva questa scelta che «era andato a studiare da prete». Lo studio dava lustro e autorità. Il ministero in parrocchia dava stabilità economica.

Don Vincenzo pare non cercasse niente di questo perché la sua famiglia era stabile economicamente e ben stimata in paese.

A Regona raccontano che abbia trovato un po’ di debiti e che abbia dovuto ricorrere alle sostanze di famiglia per sanarli. Ma è a Vicobellignano che è apparso più evidente il suo distacco dai beni.

Distribuiva ai poveri con sistematicità beni in natura, sosteneva le famiglie che avevano malati gravi o cronici, pagava di tasca sua i debiti che le comunità appena fondate non riuscivano a saldare, mantenne in seminario alcuni giovani le cui famiglie non avevano il denaro, il sopravanzo della spartizione dei raccolti lo destinava alle comunità più povere.

Personalmente aveva uno stile di vita un po’ dimesso: vesti non di sartoria fine, mobili rimediati,  cibo essenziale, mezzi di trasporto comuni e nonostante ciò non si considerava  per nulla uno «zoticone» come qualcuno in curia lo aveva definito.

Aveva fatto della sua casa, la canonica, la casa aperta a tutti, bambini, ragazzi e giovani. Non tanto per il piacere di avere sempre compagnia, perché al contrario a volte il chiasso che facevano era «indiavolato», ma perché se la gioventù era a casa sua era lontana dalle occasioni di peccato. Il rischio che rompessero qualcosa valeva bene il poter evitare i pericoli di peccato.

Per lui i beni non erano una proprietà da gestire pur secondo buoni criteri, ma appartenevano a chi ne aveva bisogno.

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