Non si perdeva in parole inutili
Don Vincenzo non era un solitario, ma nemmeno un frequentatore di salotti e meno ancora un festaiolo. Racconta lui stesso che da giovane seminarista frequentava la casa di un certo don Mazza, di poco maggiore di lui, molto malato per intrattenersi su temi di teologia, patristica e letteratura.
Negli incontri vespertini che faceva nella canonica del fratello con altri sacerdoti parlavano di questioni ecclesiali e politiche e se anche le circostanze potevano favorire alcune critiche su alcune scelte dei Vescovi, non risulta che ne facessero.
Quando i parroci si riunivano a livello di Vicaria, il suo intervento era sempre atteso per la chiarezza e la profondità, si faceva ascoltare e non lasciava nel dubbio o nel vago. Non entrava nelle questioni più pettegole che magari nascevano durante il pranzo che consumavano insieme al termine della riunione
Con i fittavoli argomentava sul rendimento dei terreni e sui raccolti.
Con chi lo provocava sulla sua posizione politica, eludeva l’argomento e se per qualsiasi motivo ne facevano le lodi distraeva l’interlocutore dalla attenzione alla sua persona.
Nella corrispondenza con le suore riferendo di visite e incontri andava al nocciolo della questione, senza perdersi in preamboli o commenti secondari. Se poi doveva dare dei suggerimenti era diretto nell’argomento.
Quando le suore per motivi di fondazioni o di gestione andavano a incontrarlo in canonica, le conversazioni erano brevi e appena concluso il tema le invitava ad andare a prendere qualcosa in cucina dalla perpetua.
In lui si mescolavano riservatezza, prudenza, e regolatezza: tutto quello che era in più, diceva, alimentava la crusca nel sacco del demonio.