Fu apostolo della recita quotidiana del rosario

Il Rosario era ritenuto il breviario degli analfabeti, e lo conferma la tradizione degli ordini religiosi che faceva una distinzione tra quanti potevano accedere al Coro per il canto delle Ore e quanti invece rimanevano nelle panche comuni: solo i primi sapevano leggere.

Era una questione tecnica? Possiamo considerarla così, perché la recita del Rosario non aveva meno riferimenti alla Scrittura rispetto ai salmi.

Don Vincenzo pregava con il breviario da solo, evidentemente perché era in lingua latina, ed era fedele alla recita quotidiana del Rosario che faceva in Chiesa con la presenza di alcuni fedeli, quelli che potevano partecipare.

Ai suoi tempi era ancora in uso la recita del Rosario nelle famiglie, e diventava una preghiera comune che raccoglieva le fatiche, consegnava le speranze, alimentava la pazienza e la fedeltà.

Tra i suoi scritti si trovano brevi meditazioni sui misteri del Rosario: le inseriva nel corso della preghiera perché non fosse solo una recita ma venisse illuminata dai misteri della vita di Maria e di Gesù che venivano annunciato.

Tra i suoi ricordi conservati a Lodi, non si trova la corona del Rosario. Sappiamo che la raccolta e l’organizzazione di questi oggetti personali è stata molto postuma la sua morte e che quanto gli apparteneva era stato custodito e conservato gelosamente per alcune decine di anni dal nipote don Ubaldo. Non poteva mancare all’origine la corona del Rosario, suo strumento segreto di evangelizzazione insieme al crocifisso che portava appeso al collo. Forse è stata una svista o una dimenticanza di chi ha curato l’organizzazione dei «ricordi», ma non certo una assenza nella vita personale e pastorale di don Vincenzo.

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