Gli occhi dissimili (benevoli e malevoli) dei suoi confratelli (Guardare don Vincenzo con … 12)

È risaputo che alcuni tra i confratelli che hanno conosciuto da vicino don Vincenzo non lo ritenevano un santo da altare. I suoi successori nella parrocchia però hanno più volte evidenziato la straordinarietà della sua fortezza nel sostenere per ben 34 anni una parrocchia ingrata, fredda e indifferente, nella quale pur essendosi prodigato in ogni modo non ha raccolto i frutti che il Vescovo si augurava.

Per questo, cercando di osservare gli sguardi dei sacerdoti su don Vincenzo, è più frequente trovare sottolineature scontate e luoghi comuni o qualche nota di critica. Non mancano, e sono importanti, testimonianze di stima e di apprezzamento. Per fortuna il Vescovo Bonomelli che vedeva oltre le beghe campanilistiche e le sue stesse aspettative, ci ha lasciato una attestazione autorevole, che conosciamo già, e che onora i fatti e la loro verità.

Ma veniamo agli sguardi dei confratelli.

I biografi raccontano della relazione di don Vincenzo con don Pietro Trabattoni e con don Angelo Corbari come di amici.

Don Pietro Trabattoni e don Vincenzo per alcuni anni svolsero il ministero in due parrocchie e diocesi confinanti, per cui avevano molte occasioni per incontrarsi. Avevano due modi diversi e forse distanti di concepire il ministero: don Pietro impegnato nelle questioni sociali e don Vincenzo attento alla formazione delle coscienze. Don Pietro nell’intesa con don Vincenzo coglieva un partner importante nella predicazione delle missioni popolari. Quando quest’ultimo fu trasferito a Vicobellignano, nei suoi viaggi sostava a Maleo ospite di don Pietro condividendo con lui la preghiera, la mensa e sicuramente i progetti in particolare la fondazione. Non è una casualità che la prima casa centrale del nascente istituto fosse a Maleo, sotto lo sguardo benevolo e protettivo di un amico.

Don Angelo Corbari è stata una figura più in ombra, non perché insignificante, ma perché cercava di tenere al riparo da eventuali provvedimenti disciplinari la sua attività di giornalista aperto e pungente su temi politici ed ecclesiali del tempo. Essere parroco a Buzzoletto, una manciata di case e pochi abitanti a ridosso dell’argine del Po, lo teneva ai margini della diocesi. La loro è stata la classica amicizia dell’ascolto. Don Vincenzo gli dedicava tempo e ascolto, e don Angelo vedeva nel confratello un animo libero a cui potersi confidare e con il quale condividere il suo dissenso dalle scelte dei suoi superiori, di governo o di chiesa che fossero. A prescindere dal suo pensiero personale, lo indicava come un esempio ai giovani preti e seminaristi perché, vedeva in don Vincenzo la fedeltà alle direttive della Santa Sede e la distanza dal liberalismo imperante, senza per questo essere bigotto e inquadrato.

C’è lo sguardo riconoscente di Mons Gamba, uno dei migliori predicatori della diocesi, che in occasione di un ritiro al clero a Casalmaggiore, fece un elogio a don Vincenzo, presente, come suo maestro di dogmatica e di morale. Nei nove mesi che fu coadiutore a Pizzighettone, infatti, si recava tutti i giorni a Regona da don Vincenzo per ricevere le istruzioni.

Ci sono stati anche sguardi inquinati da malevolenza ed invidia. Un confratello ha ravvisato un abuso nell’adattamento delle regole delle figlie di sant’Angela Merici e segnalando il fatto in Curia e alle Mericiane, ha provocato un gran polverone. Quella di don Vincenzo fu imprudenza ma non si può negare l’ostilità nel coadiutore. C’erano poi i parroci che usufruendo del servizio delle nuove suore, consideravano un sopruso verso la loro autorità che esse avessero come riferimento don Vincenzo, il loro fondatore. Qualcun altro lo vedeva attaccato ai soldi, perché non faceva migliorie nella canonica e nella Chiesa, senza sapere che il suo denaro lo destinava alle comunità povere.

Ci fu un coadiutore, un certo don Antonio Milesi, ultraliberale, che vide nella posizione politica di don Vincenzo che si discostava da quella del Vescovo un pericolo per i seminaristi in vacanza, anche perché nel frattempo si erano formati tra di essi due schieramenti opposti. Poiché la cosa arrivò alle orecchie del Vescovo, questi decise di sottrargli la loro cura. C’era anche chi non vedeva di buon grado la nuova fondazione e addirittura il cancelliere del vescovo, o di sua iniziativa o spinto da qualche confratello, arrivò a dichiarare ufficialmente che si doveva sciogliere la nuova istituzione, pena sanzioni disciplinari importanti.

Questi ultimi sguardi sono nati da una conoscenza parziale dei fatti che riguardavano don Vincenzo o forse dalla fatica a credere che un prete, così dimesso e apparentemente scontato, potesse dare vita ad una iniziativa che nelle parrocchie si stava dimostrando benefica.

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