Non si è padre, se non si è figlio

La paternità di Giuseppe ha avuto come paradigma di riferimento quella dei suoi genitori, perché non si è padri se non si è figli. Anche la Scrittura che egli ascoltava di sabato in sabato nella sinagoga parlava di Dio e della sua relazione con Israele come quella di «un padre che solleva il bimbo alla sua guancia, che insegna al figlio a camminare». A lui, nei sogni ricorrenti, Dio si era rivelato, come ad uno di famiglia, anche se velato, perché il sogno ha sempre un margine di dubbio.

Se un padre è tenero verso i figli, si chiedeva Giuseppe, come non lo è Dio di fronte alla sua angustia di doversi muovere da solo, a volte senza sapere a che cosa andava incontro, a che cosa era davvero chiamato. Sarà proprio in questi frangenti, i più drammatici e pieni di rischio che egli avverte di essere il braccio di Dio che sostiene questo figlio  senza che sia suo, la mano di Dio che lo difende, gli occhi di Dio che lo proteggono, i piedi di Dio che lo portano lontano dal pericolo e che lo vanno a cercare quando lo crede perduto nella città di Gerusalemme.

Giuseppe ha capito cammin facendo che Dio gli aveva chiesto di fare da padre a Gesù, e l’inadeguatezza in cui a volte può essersi trovato, l’ha accolta non come il luogo in cui dover essere ad ogni costo all’altezza, ma come lo spazio sul quale lo sguardo di Dio si posava come un abbraccio, più grande di quello di qualsiasi padre anche quello di Giuseppe.

Noi lo invochiamo perché sostenga la nostra fiducia che la debolezza è il luogo in cui si manifesta la «forza di Dio».

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