Avere tempo… Perdere tempo (Fratelli tutti 2)

«Nessuno può sperimentare il valore della vita senza volti concreti da amare. La vita sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza; ed è una vita più forte della morte quando è costruita su relazioni vere e legami di fedeltà» (FT 87). Con questo breve passaggio papa Francesco mette in luce come la fraternità non sia qualcosa di astratto, inconsistente, legato solo alle belle idee. Al contrario è una realtà che va a toccare l’agire concreto delle persone nella loro relazionalità, nel loro modo di vivere i rapporti, nel loro stile di stare insieme. Ma dove trovano fondamento e stabilità la comunione, la fratellanza? Forse non è un azzardo rispondere: nel TEMPO. Proprio il tempo risulta essere il dono più prezioso che possiamo dare o ricevere. È forse possibile costruire relazioni vere senza dedicare tempo? Ci sono altri modi per creare legami di fedeltà al di fuori del donare tempo all’altra persona? Certamente no. Il tempo è disponibilità alla profondità, è disposizione a un incontro vero, che non sia un mero imbattersi nell’altro. Non c’è relazione o esperienza della nostra vita che non siano ospitati nel tempo.

Il riferimento evangelico citato dal papa nell’enciclica è la parabola del samaritano: «Gesù racconta che c’era un uomo ferito, a terra lungo la strada, che era stato assalito. Passarono diverse persone accanto a lui ma se ne andarono, non si fermarono […]. Non sono state capaci di perdere alcuni minuti per assistere il ferito o almeno per cercare aiuto. Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. Sicuramente egli aveva i suoi programmi per usare quella giornata secondo i suoi bisogni, impegni o desideri. Ma è stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo» (FT 63).

La pandemia ci sta dimostrando che abbiamo costruito una società in cui non è più possibile fermarsi. Stiamo cercando di scongiurare in tutti i modi l’eventualità di un nuovo lockdown totale proprio perché non possiamo permetterci il lusso di un ulteriore stop, pena il tracollo mondiale dell’economia. Ci crediamo padroni del tempo e invece pare sia il tempo ad essersi impadronito di noi. Il samaritano al contrario non ne è divorato, è capace di impiegarlo con consapevolezza, senza esserne schiavo. Lo dona.

Il covid-19, questo segno dei tempi che stiamo attraversando, ci sta dicendo che probabilmente ci sono tante cose del nostro modo di vivere che hanno bisogno di un ripensamento profondo. Siamo così presi dalle «nostre cose», che non ci accorgiamo dei feriti al bordo della strada. Anche la vita religiosa, occupata nelle sue opere e nelle sue strutture, è preda della fretta; anche noi consacrati siamo di corsa, dimentichiamo che la nostra vita – e cioè il nostro tempo- è già donato e consegnato. E nonostante sia già offerto, abbiamo paura di fermarci, di stravolgere i nostri programmi e riconoscere che ciò di cui hanno più bisogno i nostri fratelli e sorelle è che noi diamo loro del tempo. «Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire ‘permesso’, ‘scusa’, ‘grazie’. Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza» (FT 224).

Che sia proprio questo, oggi, il compito della vita religiosa? Non solo sostenere con la propria vita e le proprie scelte che «è più importante essere che avere, ma che è più importante vivere che fare. E questa preminenza del vivere sul fare pacifica le frustrazioni che si appiattano all’angolo delle possibilità perdute. E la vita è una collana di possibilità perdute» (A. Zarri), che si recuperano però in relazioni più fraterne, più vere e più accoglienti, perché il tempo donato all’altro, non è mai tempo perso.

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