I fioretti di don Vincenzo: Solennità e sobrietà

«È arrivato il libro rosso da Roma!», incominciarono a dire le suore di casa madre nei corridoi e nel giardino. «È arrivato il libro rosso da Roma!» ripetevano bisbigliando tra loro le novizie, senza sapere di che cosa si trattasse, anche se immaginavano fosse qualcosa di molto importante perché tutte erano state convocate in cappella per il canto del Te Deum. Era il 20 maggio del 1915 ed era arrivato dalla Santa Sede il Decreto di Lode e l’approvazione temporanea delle Costituzioni.

«Bisognerà fare una grande festa per far sapere a tutti che ora siamo un Istituto vero e proprio», dicevano con una punta di orgoglio le suore nelle loro conversazioni e don Vincenzo, che non era meno contento di loro, ma sicuramente meno smanioso di esteriorità e di celebrazioni, quando giunse a Lodi le radunò e, d’accordo con la superiora, disse: «Sì, l’evento merita di essere enfatizzato e per prima cosa parteciperete a un corso di esercizi spirituali predicato dal vescovo di Guastalla, Mons. Cattaneo. È un grandissimo amico del nostro Istituto e non ha mai nascosto di esserne anche un  ammiratore sincero».

E così fu. Ma quando iniziò la predicazione degli esercizi spirituali, il 26 luglio, il fondatore non era presente, né il giorno dopo, nemmeno i giorni successivi. 

«Poteva farsi vedere almeno per salutare il Vescovo!» dicevano in un gruppetto. E in altro commentavano: «Com’è possibile che si comporti come se la cosa non lo riguarda?».  Ed altre ancora aggiungevano: «Davvero gli impegni della parrocchia, nel cuore dell’estate, sono tali e tanti da impedirgli di venire a Lodi?»

Don Vincenzo arrivò solo il 4 agosto. Sicuramente un ritardo che si era imposto volutamente perché al centro della festa non doveva esserci la sua persona, ma l’opera di Dio, le suore. Lui, come sempre, si considerava un semplice strumento, e non doveva dimenticarlo prima di tutto lui! Sobrietà, quindi, anche nei riconoscimenti ufficiali!

E riuscì a tenere fede al suo proposito. Il pontificale di Mons. Zanolini, vescovo di Lodi, era l’occasione per le Suore di mostrare ufficialmente il loro fondatore e invece, favorito dalla presenza di molti sacerdoti, don Vincenzo si mescolò nel gruppo e scomparve. La suora sagrestana fu rimproverata. «Perché non gli hai dato paramenti degni di un fondatore!» Confusa e umiliata, si scusò: «Li avevo preparati, ma non sono riuscita a individuarlo».

Il terzo giorno dei festeggiamenti, dopo la messa celebrata di buon mattino, don Vincenzo salutò le suore con grande sorpresa di tutte: «Devo tornare a Vicobellignano perché mi chiamano i miei doveri di parroco». Nemmeno la Superiora riuscì a trattenerlo. 

Don Vincenzo stava dando una lezione di eccellenza non nel comparire ma nell’eclissarsi. Eventuali pressioni a rimanere ancora con loro e a toglierlo dal nascondimento sarebbero state inutili. Con cordiale semplicità uscì dal portone e si incamminò verso la stazione.

Ringraziò in cuor suo Dio perché il piccolo seme che ora nella Chiesa stava diventando una pianticella cresceva per l’opera e la grazia di Dio. Quella era da solennizzare e da celebrare! Lui poteva anche scomparire.

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