Santo perché ha vissuto la sua vita in Dio

Quella domenica di metà ottobre di quattro anni fa, insolitamente rispetto alle classiche ottobrate romane, si era presentata nuvolosa  e con un’arietta un po’ troppo pizzicante, poco promettente per la grande occasione che la città stava per celebrare: la canonizzazione di cinque santi.

Ma bisognava entrare comunque in gioco, tutto era pronto. Salvo poi al momento della proclamazione il verificarsi di una improvvisa e totale schiarita e il sole, quasi come una conferma dal Cielo su quello che si stava facendo in quella piazza, ha preso il sopravvento su nubi, freddo e vento.

Non sembrava vero vedere il volto serio e raccolto di don Vincenzo – come sempre è stato rappresentato – esposto ad una delle logge della facciata di san Pietro, in un imponente stendardo. E sotto, chi più vicina, chi più lontana, noi sue figlie spirituali a godere di questo riconoscimento pubblico.

Don Vincenzo Grossi era circondato dall’aureola di santo, additato alla chiesa universale, rivelato all’urbe e all’orbe ma… indossava le vesti di tutti i giorni, di tutta una vita. Le vesti di un parroco di campagna, di un fondatore poco famoso.

Don Vincenzo non è stato un privilegiato, non ha avuto la strada spianata per diventare quello per cui noi allora come oggi lo ricordiamo. Perché se pure  ora lo invochiamo santo, non ha avuto una vita diversa dalla nostra. Ha vissuto le nostre gioie, paure, affanni, dubbi, ha combattuto come ogni giorno ciascuno di noi combatte.

Alla santità non servono, infatti, l’originalità e l’eccezionalità, è necessaria l’ordinarietà, così come per essere divini occorre essere umani. Don Vincenzo è stato proclamato santo non a prescindere da quello che era, che è stato e che ha fatto.

È santo perché ha vissuto la sua vita in Dio.

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