Può bastare fin qui?

Forse è facile lasciarsi sedurre da questa domanda. In fin dei conti, parlando di vita religiosa o di cristiani impegnati e operatori pastorali, abbiamo a che fare con persone che hanno già lasciato tutto, hanno già scelto di seguire il Signore, ne hanno già fatto il centro della loro vita. Anche sforzandosi, può risultare difficile pensare a qualcosa che vada oltre, a un impegno più radicale. E di fatto, non è poco tutto questo. È il segno di una vita consegnata, donata e offerta, del desiderio di non fare di se stessi l’ombelico del mondo, del tentativo di fare qualcosa di buono e di bello per gli altri, non in proprio nome ma in quello di Gesù.

Ma papa Francesco ancora una volta ci spiazza e ci invita a non accontentarci, ad andare più in là. Il terzo suggerimento per la santità che ci offre nella sua esortazione apostolica è infatti l’audacia, il fervore. Nei paragrafi dedicati a questo tema, ci dà uno scrollone per liberarci dal pericolo di «abituarci a camminare soltanto entro confini sicuri» (G.E.133). Occorre vigilare e stare svegli perché «sempre portiamo latente in noi la tentazione di fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme. Talvolta facciamo fatica ad uscire da un territorio che ci era conosciuto e a portata di mano» (G.E. 134).

Chi può dirsi esente da questi nemici subdoli che si insinuano in noi senza che nemmeno ce ne accorgiamo? «L’abitudine ci seduce e ci dice che non ha senso cercare di cambiare le cose» (G.E. 137), anzi, addirittura possiamo arrivare a pensare che non ci sia niente da cambiare, che è addirittura dannoso e controproducente farsi troppe domande, «che non possiamo far nulla di fronte a questa situazione, che è sempre stato così e che tuttavia siamo andati avanti. Per l’abitudine noi non affrontiamo più il male e permettiamo che le cose vadano come vanno, o come alcuni hanno deciso che debbano andare» (G.E 137).

Certamente ci troviamo a vivere in un tempo storico molto particolare, con cambiamenti che ci travolgono e a cui stentiamo a far fronte. Per quanto riguarda lo specifico della vita consacrata, è già da tempo che ci si è resi conto che un modello di vita religiosa è giunto a esaurimento, ma non sappiamo quale nuova forma ci è chiesto di incarnare. E anche la pastorale deve affrontare un profondo ripensamento, pena l’insignificanza o la sterilità. Di fronte alla diminuita pratica di molti fedeli o alla secolarizzazione, è inevitabile la domanda “che fare?” e la tentazione è, oltre allo scoraggiamento, quella dell’omologazione alla cultura corrente.

«Dunque lasciamo che il Signore venga a risvegliarci, a dare uno scossone al nostro torpore, a liberarci dall’inerzia. Sfidiamo l’abitudinarietà, apriamo bene gli occhi e gli orecchi, e soprattutto il cuore, per lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva ed efficace del Risorto» (G.E 137).

San Vincenzo esortava già a suo tempo le sue suore a non «sedersi», a non crogiolarsi su quanto già fatto: «Datevi a Dio senza calcolo – diceva – Non dite mai: può bastare fin qui!» E ancora, «non scoraggiarsi mai, perché ogni sforzo è un passo avanti!»

«Chiediamo al Signore la grazia di non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti; chiediamo il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e di rinunciare a fare della nostra vita un museo di ricordi. In ogni situazione, lasciamo che lo Spirito Santo ci faccia contemplare la storia nella prospettiva di Gesù risorto. In tal modo la Chiesa, invece di stancarsi, potrà andare avanti accogliendo le sorprese del Signore» (G.E. 139).

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