Un cambio doloroso ma necessario

Nel 1895 presi la decisione di cambiare la persona che aveva il compito di sorella maggiore. Le circostanze in cui lo comunicai ad Angelina non furono le più idonee perché, incontrandola casualmente sul ponte tra Pizzighettone e Maleo, le dissi senza preamboli, che Maria Caccialanza avrebbe preso il suo posto. Non ci fu bisogno di aggiungere argomentazioni perché sapeva quale questione era aperta tra noi. Lasciò Maleo e andò a vivere a Regona con le Merlo che ovviamente non condivisero la mia scelta e proseguirono insieme a lei e in autonomia una attività in paese. La Cipelletti, pur avendo accettato la mia decisione senza ribellarsi, si sfogava, però, in giro qua e là del mio comportamento. A chi mi chiedeva conto del mio operato davo un’unica spiegazione: l’ufficio di superiora non è a vita. Angelina non chiuse totalmente le sue relazioni con me, ebbe modo infatti in alcune occasioni di dimostrarmi  stima e considerazione e alla sua morte, lasciò all’Istituto la casa di Regona che aveva ricevuto in eredità dalle Merlo.

Sr Maria Caccialanza

Maria Caccialanza aveva meno doti umane rispetto ad Angelina, ma in cambio Dio aveva coltivato la sua anima rendendola davvero grande. Avevo intuito la straordinarietà di questa persona, se pure nascosta da una presenza  quasi dimessa, e l’avevo invitata già da qualche anno a Ponteterra, parrocchia vicina alla mia, ospite della sorella del parroco, mio carissimo amico e sostenitore.

Qui si dedicava al lavoro di maestra di cucito, incontrava la domenica le ragazze per il catechismo e soprattutto nei contatti quotidiani trasmetteva la forza che la sosteneva: l’amore per il Signore e del Signore per Lei. La semplicità delle sue parole raggiungeva il cuore di tutti: le mamme andavano da lei per sfogarsi dei mariti, gli uomini per raccomandarle le famiglie, le ragazze per condividere i loro progetti. Maria accoglieva tutti e portava ogni richiesta nella preghiera, a volte accompagnata anche dalla sofferenza fisica dovuta ad una salute minata dalla malattia. Gli anni che aveva trascorso nella piccola comunità di Pizzighettone le avevano permesso di farsi apprezzare e amare dalle altre, di dimostrare una carità inesauribile che le consentiva di passare in mezzo agli ostacoli senza urtare nessuno, evidenziando una superiorità morale che non era scalfita da invidie e altre miserie umane.

Ora era diventata la «superiora» e così la presentavo alle comunità. Il suo compito era quello di mantenere unite le comunità all’interno e tra di loro e di salvaguardarne la fisionomia apostolica  e spirituale di fronte alle mille richieste dei parroci. Conoscevo in particolare la sua sensibilità verso i sacerdoti, per i quali aveva una venerazione e un rispetto grandissimi; evitava, infatti, in ogni modo il facile commento sul loro operato e suppliva con la preghiera alle loro mancanze. Confermò questa predilezione per i sacerdoti offrendo per loro e tutte  le sofferenze che le provocava la malattia grave che la colpì e che la portò alla morte, poco più che quarantenne.

Più volte Maria mi chiese di essere dispensata dal compito di superiora, che mi ricordava che non era a vita, ma non ebbe mai una risposta affermativa. Nella sua persona semplice e umile risplendevano meglio che in altre i doni di Dio, quelli necessari in quel momento alla fondazione.

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