Seppellire i morti *

*  Nell’esposizione delle opere di misericordia corporali vissute da don Vincenzo, manca “Visitare i carcerati“. La ricerca attenta tra le fonti, in particolare tra le testimonianze, non ha dato alcun esito in merito. Probabilmente le problematiche storiche e sociali del tempo, alquanto complesse, e soprattutto l’ambiente rurale e ristretto in cui don Vincenzo esercitò il suo ministero non lo misero in contatto con situazioni di detenuti o di famiglie provate da questa povertà; oppure, i testimoni, che pure affermano categoricamente che don Vincenzo esercitò tutte le opere di misericordia, hanno voluto coprire con un velo di pietà casi particolari ancora noti in paese.

Deposizione Rupnik
La Deposizione, mosaico realizzato da p. Marko Ivan Rupnik nel santuario “Salus infirmorum” di Scaldaferro (Vicenza)

Luca racconta in maniera molto  amorevole la sepoltura di Gesù. Quanto è drammatica la scena, tanto è delicato ogni gesto con cui viene circondato il cadavere di Gesù, fino alla premura di procurare, nottetempo, oli profumati e altri aromi per ungerlo appena possibile.

Da tempo immemorabile nella cultura occidentale ci sono leggi precise che regolano la sepoltura dei morti: è un servizio pubblico e nessuno potrebbe farlo di propria iniziativa.

Ma la pietà cristiana non ha mai smesso di circondare i morti di gesti che vanno ben oltre la sepoltura.

La memoria dei contemporanei di don Vincenzo ci ha concesso pochissimi frammenti sulla sua pietà verso i defunti, riconducibile alla prassi pastorale del tempo, ma grazie anche ad alcune notizie autobiografiche, dalla corrispondenza con le suore, è possibile tratteggiare questo aspetto del suo ministero.

Per Don Vincenzo seppellire i morti non era solo accompagnarli alla loro «ultima dimora», come fece in particolare per la sorella Elisabetta, morta a Vicobellignano nel 1895, e per la quale ha riservato una cura affettuosa acquistando appositamente una tomba nel cimitero locale con tanto di monumento. cimitero-maddaloniDon Vincenzo custodiva mediante una memoria viva il ricordo della morte dei suoi familiari più stretti e per questo aveva annotato accuratamente le date del loro decesso sulla contro-copertina di uno dei tanti quaderni manoscritti.

La morte  non costituiva  per lui una separazione assoluta; viveva il commiato dai suoi come una custodia del messaggio che il defunto con la sua vita e la sua morte gli aveva consegnato. Su uno dei tanti quaderni manoscritti si trova una nota che ricorda la morte di un suo carissimo amico, don Ambrogio Mazza: racconta ciò che né il tempo né la morte hanno potuto cancellare.

Testualmente: «Il tuo Vincenzo non ti oblia. Le tue virtù e i tuoi avvisi gli sono tesori. Sospira di riabbracciarti, o AmbrogioAmbrogio, rapitomi dalla morte all’età di 23 anni il giorno 17.09.1868».

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Pietra dell’Unzione nella basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme
Santo Sepolcro
Ingresso al Santo Sepolcro nella omonima basilica a Gerusalemme
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Interno del Santo Sepolcro

La frequenza delle celebrazioni dei funerali in parrocchia dovuta all’alta mortalità del tempo, non sembra abbiano creato in don Vincenzo assuefazione alla morte e soprattutto al dolore dei familiari, perché anzi in queste occasioni  non si tratteneva dall’esprimere in qualche modo la compassione e il sostegno per i parenti. Per le famiglie più povere non chiedeva alcuna retribuzione per il funerale, né per l’ufficio funebre o le messe di suffragio. Si faceva carico dei bambini rimasti orfani interessandosi per inserirli negli orfanotrofi. In particolare si prese a cuore la sorte di alcuni fratellini che dopo la morte della madre, e avendo un padre «senza cuore e senza testa», erano stati tristemente abbandonati. Chiese alle suore di poterli accogliere, anche solo temporaneamente, in attesa che potessero entrare nell’orfanotrofio comunale.

Nel caso di morti improvvise e premature di qualche familiare delle suore, suggerì  loro di trattenersi per un po’ di tempo presso i parenti o addirittura di rientrare in famiglia per essere di sostegno.

Soprattutto egli ha considerato la preghiera per i defunti come la più efficace forma di pietà cristiana.

Incoraggiava alla preghiera di suffragio, secondo le forme in uso nel tempo, come l’acquisto delle indulgenze con preghiere e penitenze, e suggerì alle suore una antichissima pratica: l’atto eroico di carità a favore delle anime del Purgatorio. Per i defunti della parrocchia don Vincenzo faceva delle elemosine per suffragarli. Diede indicazioni precise circa le preghiere di suffragio per le suore che morivano e, di fronte alle notizie che arrivavano dal fronte, di un vero e proprio eccidio di soldati, invitò più volte a pregare per i morti caduti in guerra.

prete_rosarioConsiderava il Purgatorio come una fase di transizione prima dell’incontro definitivo con Dio, da cui i morti potevano uscire quanto prima grazie alle intercessioni dei vivi. Pochi giorni prima di morire – si era già nella novena dei morti – partendo da Lodi, lasciò questa raccomandazione ad una suora: «Pregate, pregate molto per i defunti e quando io muoio fate celebrare tante messe e ascoltatene tante per me perché a noi Sacerdoti nessuno pensa!». E soggiunse: «E non dimenticare di dirlo anche alle altre suore».

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