Don Vincenzo e le relazioni interne alle prime comunità
Nel clima di preparazione al Capitolo generale che avrà come leit motiv la rivitalizzazione delle relazioni all’interno delle comunità punto base per un apostolato più autentico, per la festa di san Vincenzo abbiamo pensato di cercare tra i suoi scritti come lui stesso guidava e orientava le prime suore nella “gioiosa fatica” del loro vivere insieme.
Riportiamo in corsivo i passi testuali presi dalle lettere di san Vincenzo alle prime suore.

Buon predicatore, creativo fondatore, avveduto Direttore… ma come ha affrontato e gestito, don Vincenzo, le criticità nelle comunità che si erano costituite da poco?
Se le suore non andavano d’accordo, se si verificavano pettegolezzi dannosi, se qualcuna tramava a favore di se stessa o contro qualche consorella, quando c’erano da fare i conti con l’ostinazione di una, la pigrizia o l’inettitudine di qualche altra, l’instabilità del carattere o una eccessiva intraprendenza, come si regolava don Vincenzo?
Non bastava una fervida raccomandazione, che non mancava mai!
Nelle piccole comunità, infatti, c’erano delle condizioni intrinseche che rendevano particolarm
ente impegnativa la convivenza. Prima fra tutte la diversità dello status sociale ed economico: c’era chi era proprietaria dello stabile e gestore dell’attività, chi si era aggregata senza arte né parte; c’erano maestre, contadine, ex venditrici ambulanti, ex domestiche e da lì a qualche anno ci sarebbero state anche giovani e anziane, candidate provenienti dai dintorni o da località più lontane. E non è da sottovalutare che c’era chi aveva esperienze importanti di vita cristiana e chi invece poteva contare semplicemente sulla pratica dei sacramenti.
A questo variegato contesto degli inizi si devono aggiungere le incertezze che nascevano da una regola molto essenziale che don Vincenzo stesso aveva riassunto nell’espressione: religiose nel cuore.
Come si rapportava, allora, con le non rare tensioni che nascevano tra le suore? 
È la sua corrispondenza che ci offre alcuni flash.
Regolava le questioni visitando le comunità, ascoltando il malessere, i risentimenti, le lamentele, le richieste…anche se non sempre dava la soluzione e la risposta che le suore si aspettavano o desideravano.

Erano soprattutto i pettegolezzi che, oltre ad irritarlo, gli facevano provare un vivo dispiacere
Metteva, allora, in luce gli inganni in cui le suore erano cadute, e quando intuiva che c’erano delle vere e proprie macchinazioni o esagerazioni, cercava di scoprire con loro i giochi che lui attribuiva al maligno, non senza lasciare qualcuna infastidita.
Non sempre, infatti, poteva far risalire le tensioni che si verificavano tra le suore al fatto che le donne hanno un cuore troppo grande ed una fantasia fervida e sconfinata: alcuni comportamenti esprimevano malanimo, nel qual caso non si risparmiava di ricorrere a rimedi molto duri.
Lui stesso racconta di aver servito a una suora un bel caffè senza zucchero,
da interpretare che si trattava di una solenne ramanzina, o di aver indicato la porta a più di una perché se ne andasse, essendo irriducibile nel comportamento cocciuto e indipendente.
Altre volte più paternamente incitava alla guerra all’amor proprio, nemico domestico, di tenacissima vita e di meravigliosa capacità nell’ingannarci…
Per il carattere informale degli inizi, non aveva dato priorità alla strutturazione della comunità, ma dai conflitti che si ripetevano si rese conto che in ogni casa dovevano esserci non meno di tre Religiose, con la loro Superiora perché il considerarsi tutte pari, produce confusione.
Era convinto, inoltre, che la benevolenza (compatimento) per i difetti delle sorelle, accettarle come ognuna vuole essere accolta da Dio e dagli uomini, fosse il segreto della vita in comunità. E quelle che facilmente mettevano in luce i limiti e gli errori delle altre le invitava con forza a tener gli occhi aperti sopra i propri difetti, più che sui mancamenti degli altri.
In alcune comunità era l’eccessivo lavoro e la salute delicata di qualche suora che creavano malcontento, e anziché sostituire immediatamente la suora come gli veniva chiesto, spiegava che se la salute piace a noi e cerchiamo di conservarla, dobbiamo aver cura anche di quella degli altri. È una cosa voluta dalla carità.

E aggiungeva la minaccia di lasciar sola per ora e per sempre chi non si curava della poca salute delle altre. Sapeva che pronunciandosi in questo modo non era considerato né dolce né grato ma non poteva esprimersi diversamente.
Frequentando assiduamente le comunità e dovendo fare i conti con una variegata «fragilità umana», aveva compreso, senza timore di essere smentito, che pochi, pochissimi, anche fra le persone religiose per vocazione, vivono interamente di fede, senza che se ne accorgano o ne abbiano qualche dubbio. Da qui la nullità di tante fatiche, sostenute con apparente rettissima intenzione.
Diceva sempre alle suore che in ogni comunità c’erano presenti tre nemici da tener a digiuno a pane ed acqua tutto l’anno, anche nei giorni di festa perchè perdano forza di giorno in giorno: amor proprio – fantasia – sgarbatezza.
Le comunità non erano, fortunatamente, sempre in conflitto e le relazioni non erano continuamente tese. Nella corrispondenza don Vincenzo ha usato con frequenza l’espressione «godo tanto perchè fanno bene» quando aveva notizie che lo rassicuravano non solo dell’impegno pastorale ma anche della cura reciproca che le suore mettevano nella vita di comunità. Era non solo un sollievo umano ma soprattutto una gioia dello spirito, una conferma che Dio stava conducendo l’opera che lui, semplicemente e senza pretese, aveva iniziato.