Sorelle universali cioè: missionarie

Stiamo per iniziare ottobre, il mese missionario e ritorna puntuale l’affermazione: tutti i battezzati sono missionari.

Ma questo annuncio che significato ha oggi per chi è battezzato, in carne e ossa?

Il rischio, infatti, è che se «verba generalia non sunt impiccicatoria», meno ancora lo è questa affermazione.

Non darle peso non significa che non sia vera.

È una verità che urge come la «forza della vita» che spinge il filo d’erba a venire alla luce anche attraverso la millimetrica crepa nello spessore del cemento.

La «forza della vita» rinvia allo Spirito, alla vita del Risorto, alla energia del Vangelo…

Che cosa mi muove, che cosa mi motiva, che cosa mi accende ogni giorno, nelle relazioni ordinarie, in quelle occasionali, nei servizi che svolgo?

La mia comunità lascia sprigionare la forza del battesimo, è ancora religiosa, e quindi ecclesiale, e quindi missionaria anche se non è più in prima linea?

Che cosa la può caratterizzare come missionaria?

Ogni giorno incontriamo più immigrati che autoctoni, dal panettiere all’infermiera, al postino fino al medico. Le nostre scuole e i cortili degli oratori sono multietnici.

Se per l’età, la poca salute siamo esentate dal “partire”, non siamo però esonerate da ciò che implica il battesimo: essere sorelle e fratelli universali, secondo l’espressione che Charles de Foucauld usava per definirsi.

O ci lasciamo annebbiare dalle opinioni correnti che ci raggiungono abbondantemente come ad esempio (e solo per citare il primo venuto alla mente) quelle che riguardano lo «straniero»?

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