È tutta questione di… «sguardi»

Oggi, 22 maggio, ricorre l’anniversario della ordinazione sacerdotale di san Vincenzo Grossi (22 maggio 1869) e ne facciamo memoria non solo per il ricordo affettuoso di un evento che ha contrassegnato la sua vita, ma soprattutto perché la nostra famiglia religiosa e il suo carisma nascono nel cuore del suo essere sacerdote.

Non ci rendono uniche le opere che abbiamo svolto e che stiamo svolgendo, neppure quelle approvate da don Vincenzo nei primissimi inizi: tante altre congregazioni, se pure con caratteristiche proprie, hanno compiuto gli stessi servizi alla gioventù, nelle parrocchie. Né possiamo attribuire alla «giovialità» una nostra originalità anche se l’abbiamo sempre considerata uno stile che ci identifica: la gioia è una caratteristica del cristiano.

Che cosa dunque può essere l’eredità che abbiamo ricevuto non solo come impegno ma come imprinting?

Uno sguardo penetrante e lungimirante.

La vista dello stato di abbandono della gioventù del suo tempo ha provocato in don Vincenzo una «forte impressione» che l’ha appassionato. Non era l’unico a vedere la condizione di disagio dei giovani a lui contemporanei, ma il suo sguardo partiva dal cuore e dalla forte passione per le anime per cui suscitò un fuoco incontenibile: bisogna fare qualcosa!

Don Vincenzo non ha visto solo il bisogno della gioventù.

La condizione dei sacerdoti, di cui molti poveri di mezzi, ma anche demotivati, presi da altri interessi o un po’ mestieranti lo ha coinvolto molto in profondità e anche oltre la sua persona, come le suore che stava preparando per la nuova fondazione.

Un duplice sguardo, quindi, è all’origine delle Figlie dell’Oratorio: appassionate alla gioventù non meno che ai sacerdoti. Don Vincenzo sentiva di voler e poter offrire ai suoi confratelli una collaborazione sia nel ministero che nella loro santificazione.

Nei lunghi anni trascorsi dagli inizi, abbiamo sempre concepito il carisma come qualcosa da approfondire e di cui riappropriarci, per essere rassicurate e confermate nella missione e nel ruolo che avevamo via via acquisito nella chiesa e nella società.

Questo modo di accostarci ad esso, però non ci ha aiutato ad imparare qualcosa di nuovo, a riconoscere che l’identità e l’appartenenza sono come un essere vivente, non statiche né fisse, né ratificate sul passato, ma plasmate dall’oggi della storia, dalle perosne, dalle nostre comunità e dal contesto socio-ecclesiale, tutto e sempre in continua evoluzione, ma soprattutto dallo Spirito che spira dov e vuole!

Don Vincenzo non ci ha consegnato la visione del suo tempo come un fermo-immagine al quale fare riferimento, ma l’attitudine, la propensione ad avere lo sguardo lungimirante e penetrante non tanto per poter vedere oltre le mura della casa e del cortile, quanto piuttosto oltre gli assetti e le strutture che ci siamo via via costruite intorno e addosso.

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