Il modo di essere obbedienti all’Eterno è di essere obbedienti all’oggi
Qualche settimana fa abbiamo vissuto il convegno di istituto sul tema: “Obbedienza, voce del verbo ascoltare”. Tra le tante cose, uno dei relatori ha ribadito il concetto di obbedienza riconducibile a San Basilio, il quale afferma che «chi obbedisce lo fa perché ama colui a cui obbedisce, che è il Signore».
Tornano alla mente le parole della prima lettera di San Giovanni (4, 20-21): «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello».
Ecco allora che l’obbedienza non può essere ridotta a mero affare tra me e Dio o tra me e i superiori. Se l’obbedire non si declina in una maggior capacità di amore per il fratello, in una maggiore carità, in una maggiore attenzione alla sofferenza altrui, allora non è chiaro a chi o a cosa si stia obbedendo.
Se l’obbedire non porta a una dilatazione del cuore, se non conduce all’umanizzazione di chi la vive, alla vicinanza agli altri, alla solidarietà, allora stiamo tradendo la nostra vocazione. Forse staremo obbedendo a una regola, a un capo, a un superiore, ma non a Dio e al vangelo. L’obbedienza – dice don Luigi Verdi – non è dire sì all’autorità. È ascoltare profondamente la realtà e prendersene cura.
Come stiamo ascoltando la realtà, questa realtà oggi percepita come faticosa, disorientante, in rapido e continuo cambiamento?
Cosa ci sta dicendo questo tempo di crisi che tocca ogni ambito della vita sociale ed ecclesiale, in cui si sono smarriti i punti di riferimento e le certezze che sentivamo incrollabili? Come chiama in causa la nostra responsabilità e la nostra immaginazione?
Obbedire significa cercare una risposta a queste domande, o forse farsi ancor più domande a partire da queste. C’è un’obbedienza che non può ridursi a salvare noi stesse, ma che deve aprirsi a nuovi orizzonti, che deve trovare il coraggio di abbandonare
l’otre vecchio del modello di vita religiosa che abbiamo vissuto fino ad ora per arrivare a un nuovo modello che il Signore sta sognando per la sua chiesa. «I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni», dice il profeta Gioele (3,1). Noi che «visione» abbiamo? Che cosa sogniamo? Sogniamo ancora?

Scrive Rino Cozza: «È avvenuto per la vita religiosa, che essendosi creato nel corso dei secoli un tipo di pensiero che non l’ha facilitata a imparare qualcosa di nuovo, oggi si ritrovi a continuare a concepire il mondo costruito su forme ideologicamente chiuse, frutto di una secolare formazione intesa come riappropriazione, approfondimento, conferma, in funzione rassicurativa delle conoscenze acquisite. Per pensarsi in modo nuovo, è necessario guardarsi con occhi diversi, osservandosi dall’esterno, per riconoscersi in una identità e appartenenza non più declinate unicamente nel solco delle tradizioni, ma plasmate dalle richieste di senso per l’oggi della storia”.
Obbedire oggi non può non passare da qui.