L’Istituto Figlie dell’Oratorio, parrocchia aperta sul mondo¹

Nel sobrio mondo contadino composto di grandi spazi di silenzio, nella quiete deserta della Chiesa che odorava di cera sciolta, nella tranquillità della canonica rotta dai borbottii della perpetua per le alterne incursioni dei bambini, don Vincenzo cresce nella fede pastorale, perfeziona la valutazione dei tempi, stempera le voci dell’uomo per ascoltare il sussurro della Parola viva.

In questo silenzio si insinua la voce di una possibile ma avvincente presenza di una nuova Comunità, fedele nel poco ma essenziale, che ripeta l’impulso operativo di questo sconosciuto apostolo della campagna padana. Entra, cioè, l’Angelo dell’annuncio.

Sorgono così, dai silenzi della speranza, sobri sogni di santità, lungo i filari del solco sacerdotale.

Ed è ancora povera gente, il consueto familiare paesaggio umano, a tradurre in realtà piccole, umili, fra pareti domestiche, il messaggio che la chiamata gli ha sussurrato.

Così prende vita l’Istituto, la nuova parrocchia aperta sul mondo.

Non sogni di gloria, né favori, tanto meno compiacenze vane. Costruisce comunità senza apparato canonico, con donne popolane salvo qualche maestra di villaggio rurale. E poiché la santità è perenne ed unica, non inventa nemmeno una nuova forma ascetica, ma la prende da altri. La direzione spirituale usa espressioni incisive, i consigli sono parsimoniosi. L’economia è quella di una casa rurale, dove il superfluo è bandito, ma non manca il necessario.

Deve prevalere lo spirito sull’apparato istituzionale e sulla edificazione di opere.

La fondazione è il suo linguaggio più svelato che don Vincenzo pronuncia all’ombra dei campanili: qui si espande il suo spirito.

La casa religiosa, sepolta tra le case, si allarga e si distende dentro lo spazio di una cordialità accogliente e pronta all’ospitalità. L’attività è questione di cuore e si esprime nella giovialità sincera, senza alternanza di umori, in una calda duttilità al servizio nella Chiesa locale.

In queste caratteristiche umane ed ospitali del servizio, si svelano, per ogni Figlia dell’Oratorio, il vertice della contemplazione di don Vincenzo, il carattere della sua pastoralità, il calore umano della sua fede, lui vivo.

¹Il presente post è tratto dalla Commemorazione del Beato Vincenzo Grossi tenuta dal prof. don Carlo Bellò – storico cremonese – nel salone teatro della Casa Madre il 7 novembre 1975 (una settimana dopo la Beatificazione in piazza san Pietro a Roma).

Rispondi

  1. La penna di Carlo Bellò è un pennello da artista quando tratteggia, senza enfatizzarla, la realtà dell’Istituto Figlie dellOratorio, nel suo sorgere.
    Una immagine di semplicità, che non è semplificazione nè elementarità, ma “essenza”, cioè una vita dello Spirito solida e senza virtuosismi, un servizio apostolico libero da ingombranti burocraticizzazioni, una vita comunitaria aperta e interattiva col territorio e la chiesa locale, delle relazioni fraterne non esenti da fatiche ma rigenerate ogni volta dall’accoglienza reciproca.
    Questi germi di vita sepolti nel terreno della appartenenza a questa famiglia religiosa, di ciascuna figlia dell’Oratorio, sono una promessa di fiducia nel futuro anche imminente.

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