Sacerdos alter Christus

Non è inconsueto incontrare dei celebranti, che pur rispettando le indicazioni che salvaguardano il rito dalle arbitrarietà, introducono nella celebrazione eucaristica gesti e segni simbolici, pause di silenzio o didascalie, adattamenti dei testi al contesto, coinvolgimento particolare dei fedeli. Solitamente si tratta di piccole iniziative riconducibili alla creatività e che non cambiano la sostanza, ma raccontano invece l’infinita varietà dell’approccio di fede e pastorale a questo grande mistero.

«Mi fece impressione il fatto che ripeteva, con una certa agitazione, qualche parola della consacrazione», racconta un seminarista che spesso serviva messa a don Vincenzo. I chierichetti di paese non potevano cogliere questa lieve increspatura sul rito che per loro filava sempre liscio come l’olio. Meno ancora erano attirati dall’intensità con cui don Vincenzo viveva il momento della consacrazione, chino sull’altare dando loro le spalle. I seminaristi, soprattutto quelli prossimi all’ordinazione, rimanevano molto colpiti da questa variazione del celebrante. Nulla da dire sulla celebrazione in sé, sempre molto edificante, devota, ma c’era quel fuori rubrica che li lasciava perplessi.

Scrupolosità per non aver pronunciato bene ogni parola? Dubbi sull’efficacia della formula che stava pronunciando? Incredulità sul miracolo che stava avvenendo tra le sue mani?

La ripetizione non invalidava nulla e l’agitazione che l’accompagnava non evidenziava un disagio, ma sicuramente una consapevolezza molto profonda, che  attingeva non solo e non tanto agli studi della teologia, ma alla fede nel mistero che celebrava.

Don  Vincenzo custodiva nella biblioteca personale un libretto  dal titolo «Sacerdos alter Christus» con evidenti segni di uso, ma era stato colpito anche da alcuni testi dei Padri della Chiesa secondo i quali, come lui stesso riporta in una conferenza «il Prete ha la vocazione di partecipare col Padre alla potenza di generare il Figlio, come lo generò nel giorno della sua Risurrezione».

Non poteva essere presuntuoso o ambizioso pensare di cooperare tutti i giorni sull’altare alla generazione divina e gloriosa di Gesù Cristo risuscitato, di rappresentare sulla terra il Padre mentre opera il più grande dei suoi capolavori?

Non a tutti è concesso di  pronunciare le parole della consacrazione con la coscienza di essere investiti  di tanta dignità, ma quando succede è possibile sperimentare ad un livello di fede nel quale anche il corpo è visibilmente coinvolto, la stessa trepidazione e la stessa intensità di emozioni, che circondano  una nascita naturale , fatte ovviamente le necessarie trasposizioni.

Il supplemento di concentrazione sulle parole e di coinvolgimento di tutto se stesso che don Vincenzo viveva al momento della consacrazione si possono, allora, comprendere nella coscienza della grande dignità a cui era stato elevato, a motivo della quale non si consentiva né leggerezze, né distrazioni, e la superficialità per lui diventava davvero fuori luogo.

Rispondi