I paramenti del Giovedì Santo

«Gesù si alzò da tavola, si cinse i fianchi e incominciò a lavare i piedi…».

Gli evangelisti nel raccontare l’ultima cena di Gesù la descrivono come una liturgia, dettagliando i vari passaggi. 

Nessuno si sofferma sui «paramenti». Meglio, l’attenzione viene concentrata sul grembiule prima indossato e poi deposto da Gesù. Nulla impedisce di considerarlo come l’unico paramento sacerdotale nella scena dell’istituzione dell’Eucaristia. O almeno è l’unico di cui i vangeli parlano in quella cena, non per casualità, ma quasi come un mandato secondo il significato delle parole di Gesù : «Quello che ho fatto io, fatelo anche voi…».

L’immagine di San Filippo Neri che lo rappresenta, insolitamente, cinto di un grembiule, richiama  senza fraintendimenti, l’ultima cena e ben interpreta l’espressione, molto successiva,  di don Tonino Bello: “la Chiesa del grembiule”.

Più noto ai fedeli con le vesti liturgiche, san Filippo prima ancora che al confessionale o alla liturgia, si è dedicato all’accoglienza dei pellegrini ai quali lavava e curava, letteralmente, i piedi piagati  per  il lungo camminare, e  che rifocillava  distribuendo loro il cibo con le sue stesse mani.  Il suo era uno stile,  nel quale bellezza  e spiritualità non  erano una  forma esteriore, ma trasparivano da quei suoi gesti che hanno affascinato e trasformato la società dissipata del suo tempo.

Un grembiule non fa la differenza! Quanti servi e fantesche lo hanno portato!

Ma un grembiule indossato con i sentimenti di Gesù è capace di trasformare un semplice gesto servile in un atto liturgico, in culto spirituale.

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