Comunicazione: tra scarpe nere, utilitarie e bagagli a mano (Sintesi Nazionale fase diocesana – 5)

Comunicazione e linguaggi sono due parole che ritornano spesso nei materiali provenienti dalle diocesi. C’è la richiesta di «un linguaggio non discriminatorio, meno improntato alla rigidità, ma più aperto alle domande di senso di tante persone in ricerca». Per analizzare quanto emerso, è bello e utile lasciarci provocare dai gesti di assoluta semplicità che stanno costellando il pontificato di papa Francesco: da quell’indimenticato “buonasera” pronunciato la sera stessa della sua elezione assieme alla benedizione richiesta ai fedeli, all’uso delle scarpe nere e sformate, passando attraverso centinaia di telefonate fatte alla gente comune. E ancora, la scelta di non fare uso dell’ermellino, il rifiuto dell’auto ammiraglia in favore di una semplice utilitaria, il portarsi il bagaglio a mano nei viaggi in aereo, l’andare a comprarsi gli occhiali in un negozio di Roma, per non parlare delle celebrazioni della lavanda dei piedi vissute non tra le mura vaticane ma tra quelle delle carceri, dove ha lavato i piedi a detenuti e detenute, senza guardare a quale credo religioso appartenessero.

La rinuncia a certi simboli (e orpelli!) comunica ed è più eloquente di mille discorsi. I gesti citati sono in piena «rottura» rispetto agli schemi del passato. Vedere che sotto all’orlo dell’abito bianco del papa c’è un paio di pantaloni lunghi è la dimostrazione che lì sotto si muove il corpo di un uomo, è un segno evidente, semplice ma necessario, di umanità, di «normalità» e dunque di vicinanza e di prossimità alla gente comune, a noi. È anche questo che le persone stanno cercando e chiedono alla Chiesa, «di tornare a contattare il cuore pulsante dell’esperienza della fede all’interno della concretezza della vita degli uomini e delle donne di oggi». C’è sete di un Dio coinvolto e coinvolgente, sensibile al cuore, percepito nell’esperienza del vissuto quotidiano, «un Dio vicino – come dice Ermes Ronchi – che gioca e ride con i suoi figli ai caldi giochi del mare e del sole».

Al contrario, l’ascolto sinodale evidenzia che «risulta diffusa la percezione di una Chiesa che trasmette l’immagine di un Dio giudice più che del Padre misericordioso». Abbiamo bisogno di interrogarci su come ritrovare «un linguaggio attento a scegliere termini che esprimano rispetto e non siano giudicanti, senza concessioni alla superficialità», di ritornare all’estetica, che è qualcosa che va oltre il gradevole, il bello o l’elegante. Nel suo senso etimologico significa sensibile, che coinvolge, che provoca emozioni. E dunque il suo contrario non è solo il brutto, ma l’anestetizzato, l’insensibile, l’incapace di percepire emozione e dolore, l’algido. Come dice Bohnhoeffer, «un divino cui non corrisponda un rigoglio dell’umano non merita che ad esso ci dedichiamo».

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