Il velo del silenzio

È giunto il momento, ed è questo, dice Salvatore Cernuzio, con la pubblicazione del suo libro (San Paolo 2021), di sollevare «Il velo del silenzio» che per anni – e sulla base di ricerche recenti ancora ai nostri giorni -, ha coperto profonde sofferenze nella vita religiosa, in particolare quella femminile, ascrivibili a forme di «abuso spirituale».

Prima di lui, altre personalità di chiesa hanno sollevato «il velo», in particolare G. Cucci sj con un ampio articolo «Rischi della vita religiosa» su La Civiltà Cattolica (4092 del 2020) e l’autorevole Dom Dysmas De Lassus, Ministro generale di Certosini, con un consistente libro dal titolo «Schiacciare l’anima» (EDB 2021). L’attualità del tema è stata anche sottolineata dalle prefazioni autorevoli che queste pubblicazioni hanno avuto, una di suor Nathalie Becquart, consulente al Sinodo dei Vescovi 2021,  e l’altra di Mons Josè Rodriguez Carballo, segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata.

«Gli abusi spirituali non sono cosa di ieri, sono cosa umana e sono sempre esistiti – spiega Dom Dysmas in una intervista del 2020 –, ma in questo periodo stanno assumendo un aspetto totalitario come mai prima», e precisa che «gli abusi spirituali, sono poco compresi e difficili da far venire allo scoperto».

Ciò che sta sollevando i lembi del velo non è lo scandalo provocato da chi abusa, ma la sofferenza e in molti casi anche la destabilizzazione, che guide spirituali e psicoterapeute/i hanno incontrato in numerose religiose: considerevoli ferite umane e spirituali causate da una modalità impropria di esercitare l’autorità, in alcuni casi divenuta istituzionale.

Il libro di Cernuzio non ha toni scandalistici: i racconti e le testimonianze sono spezzoni di vita religiosa ordinaria, e se chi lo legge è una suora, non è improbabile che, in qualche passaggio, si senta interpretata.

L’autore, con questa pubblicazione, non intende, pertanto, fare una crociata a favore delle vittime né contro le persone in autorità, coinvolte o responsabili, ma generare una consapevolezza. Nelle numerose pagine dedicate alla Prefazione, all’Introduzione, e a Elementi di Valutazione con cui conclude il libro, si evidenzia che la maniera di esercitare l’autorità spesso è una faccenda di trasmissione. In altre parole, si continua con l’impostazione di altri tempi e di contesti culturali ormai superati, impostazioni che in alcune persone, oggi in autorità, possono produrre stili e comportamenti carenti o a volte in contraddizione con il concetto evangelico, teologico e giuridico di autorità e di obbedienza. Da qui l’intento, non solo di segnalare, ma soprattutto di illuminare situazioni che il tempo e soprattutto il silenzio hanno cristallizzato.

«Obbedire è un agire – afferma il ministro Generale dei Certosini- e nessuno può imporre un pensiero per obbedienza. Questo sembra semplice, ma quante derive hanno avuto luogo in ragione dell’oblio di tali evidenze! Il religioso che obbedisce conserva sempre un’intelligenza e una responsabilità. Nessuna ingiunzione all’obbedienza, fosse anche in nome dell’unità, – cosa molto colpevolizzante! – deve far scomparire il discernimento personale».

E aggiunge: «Spesso la struttura di controllo (autorità) viene impostata nell’intento di salvaguardare la propria autorità e non sempre con cattive intenzioni; di fatto, però, questa impostazione produce esclusioni o marginalizzazioni, verso religiose/i che non sono integrati nelle cordate del potere».

Portare l’attenzione sugli abusi spirituali è per evidenziare i pericoli di certe pratiche ascetico-spirituali o di governo nelle comunità e di rimando per favorire la creazione di grandi equilibri che permettono una crescita personale e comunitaria lontana dalla manipolazione e rispettosa delle persone.

«Nella vita religiosa, promettiamo obbedienza a Dio – ricorda il Card. Raniero Cantalamessa – attraverso un’autorità umana: questo attraverso è fondamentale. Per questo chi esercita il ministero dell’autorità deve farlo non fondandosi sul ruolo, sul titolo o sulla carica che ricopre, ma il più possibile sull’unione della sua volontà con quella di Dio».

Le situazioni di deriva che i racconti sofferti delle protagoniste stanno facendo emergere «non dovrebbero, però, farci dimenticare le innumerevoli comunità che vivono senza far rumore il loro amore per il Signore, nella semplicità e nella fragilità della condizione umana, nella prova quotidiana e purificatrice della vita comune e nel dono di sé di cui essa offre l’opportunità». (Dom Dysmas de Lassus)

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