Il “fiuto” dei giovani

Eccoli di nuovo insieme.

80 mila adolescenti italiani radunati in piazza San Pietro come non succedeva da tanto, colorati e chiassosi come solo loro sanno essere.

Qual è il vero motivo per cui sono giunti lì? Forse non lo sapremo mai.

Per incontrare papa Francesco?

Per vedere Blanco?

Per stare insieme ai loro amici?

Per vivere un’avventura?

Per trovare risposte alle loro domande più o meno sopite?

Per visitare Roma?

Per sfuggire alla noia e sentirsi meno soli?

Per fare “casino”?

Per fare un’esperienza di fede fuori dalla solita routine parrocchiale?

Chi lo sa!

Può darsi che dentro di loro ci sia stato un mix di tutte queste cose e di chissà quanto altro. Probabilmente nemmeno loro saprebbero dare una risposta precisa, netta, definita. Fatto sta che c’erano, erano lì, sotto il sole, stipati come sardine in attesa dell’apertura dei varchi di piazza San Pietro; qualcuno addirittura non è nemmeno riuscito ad entrare, tanto erano numerosi.

Davanti alla proposta, hanno risposto «sì». Istinto? Intuizione? Papa Francesco lo chiama fiuto:

«Cari ragazzi e ragazze, voi avete una cosa che noi grandi alle volte abbiamo perduto. Per esempio: con gli anni, noi abbiamo bisogno degli occhiali perché abbiamo perduto la vista o alle volte diventiamo un po’ sordi, abbiamo perduto l’udito. O, tante volte, l’abitudine della vita ci fa perdere “il fiuto”; voi avete “il fiuto”. E questo non perdetelo, per favore! Voi avete il fiuto della realtà, ed è una cosa grande […]. Il fiuto di dire “questo è vero – questo non è vero – questo non va bene”; il fiuto di trovare il Signore, il fiuto della verità».

Ci ha stupito la loro partecipazione. Forse una presenza «fluida», poco definita o definibile, difficile da incasellare in schemi precisi. Ma pur sempre presenza, lì e non altrove.  Ancora una volta l’imprevedibilità dei giovani spiazza noi adulti, ci coglie di sorpresa, ci costringe ad andare oltre l’atteso, a tenere aperte le porte dell’imprevisto. Questi ragazzi costretti dalla pandemia a vivere la loro adolescenza in lockdown, a stare distanti proprio in quella fase della vita in cui la famiglia inizia a stare stretta e gli amici  assumono un ruolo fondamentale, questi adolescenti a cui noi delle generazioni precedenti stiamo lasciando un mondo deturpato dall’inquinamento e sfigurato dalle guerre, che incute paura, alla prima occasione hanno risposto «presente!». Non ci stanno a rassegnarsi, non vogliono arrendersi alla sfiducia e all’amarezza. Il papa nel suo discorso coglie cosa hanno vissuto, cosa si portano dentro, e li incoraggia:

«La vita alle volte ci mette a dura prova, ci fa toccare con mano le nostre fragilità, ci fa sentire nudi, inermi, soli. Quante volte in questo periodo vi siete sentiti soli, lontani dai vostri amici? Quante volte avete avuto paura? Non bisogna vergognarsi di dire: “Ho paura del buio!” Tutti noi abbiamo paura del buio. Le paure vanno dette, le paure si devono esprimere per poterle cacciare via. A chi? Al papà, alla mamma, all’amico, all’amica, alla persona che può aiutarvi. Vanno messe alla luce. E quando le paure, che sono nelle tenebre, vanno nella luce, scoppia la verità. Non scoraggiatevi: se avete paura, mettetela alla luce e vi farà bene!».

Può darsi che le paure dei «nostri» ragazzi ci spaventino, ci facciano sentire inadeguati a dare risposte, incapaci di trovare con loro percorsi nuovi. Non ci capiti però di essere proprio noi adulti a soffocare la luce che scioglie il buio e che permette alla verità di emergere. Prendiamoci per mano e camminiamo insieme. 

 

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