La forza della vita consacrata

«La forza della vocazione». È il titolo del recente libro di papa Francesco sulla vita consacrata a cui abbiamo fatto riferimento nel post «I consacrati, frequentatori del futuro». Nello stile proprio della conversazione, accattivante e coinvolgente, vengono in luce i temi cari al pontefice, temi già affrontati in diverse occasioni, ufficiali o private. Nulla di esclusivo, pertanto; si tratta di una descrizione globale della vita consacrata fatta con cognizione di causa, senza chiudere gli occhi sulle sue criticità (prevalentemente dell’area europea) e mettendo in rilievo la sua «forza» appunto, come viene ripreso nel titolo del volume. È in questo equilibrio, tra le luci e le ombre che la conversazione riesce a mediare, che il lettore conclude la lettura con un senso di apertura, di speranza, di fiducia, ma soprattutto con un desiderio di rimboccarsi le maniche per passare dalle parole ai fatti, negli spazi in cui la vita quotidiana gli riserva di vivere e di essere propositivo.

Papa Francesco afferma che il valore più importante della Vita Consacrata è la sua ecclesialità, sia perchè dono alla Chiesa, sia perché tale dono è vissuto in modo fecondo nella vita della Chiesa particolare in cui si trova. Ed è sempre più evidente, nelle intenzioni del Papa, che decisive risultano essere non le attività, ma la testimonianza che consacrati e consacrate offrono.

Al termine della lettura mi è tornata alla mente una domanda che più volte ci siamo poste come Figlie dell’Oratorio: «È ancora attuale il nostro carisma nella Chiesa?». La risposta corale è sempre stata ed è affermativa, anche anche se l’attuazione a volte è condizionata dal «si fa quel che si può!».

Oggi le parole del Papa da una parte confermano quella che è da sempre la caratteristica del nostro istituto, essere stato, cioè, fin dagli inizi, presenza concreta e attiva nelle parrocchie, e al tempo stesso sono un caldo invito a mettere vigore e creatività nelle nostre presenze e nella nostra missione nella Chiesa locale. Le sue parole sono ben interpretate dall’arcivescovo di Milano, mons. Delpini, quando scrive in modo raffinato che le persone consacrate «devono essere uomini e donne di preghiera, vergini sagge che vigilano nella notte in attesa dello Sposo, esperte del gemito e del cantico, del sospiro e della tenebra in cui arde la loro lampada, dell’intimità in cui depositano il pianto dei poveri e l’attesa straziante degli oppressi». 

Più semplicemente persone che, in nome della consacrazione, camminano accanto alle povertà, non solo sociali, del nostro tempo e delle nostre realtà, per condividerne il peso da fratelli e sorelle.

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