La casa di don Vincenzo

La sua canonica era sullo stile delle abitazioni dei contadini, a fianco della casa dei fittavoli della parrocchia, bassa, semplice anche nella organizzazione degli spazi. Godeva di un privilegio che gli consentiva di mantenere i contatti quotidiani fondamentali della sua vita di sacerdote: la prossimità ai suoi fedeli e alla Chiesa. Non essenziale come la Tenda del Convegno, ma abbastanza vicina a quella nello stile e nella finalità.

 

Sembra che don Vincenzo avesse poca cura della canonica e qualcuno ha aggiunto anche della chiesa. Lui non se ne fece mai un cruccio. Dopo tutto, aveva capito di non essere fuori dai canoni perché Dio aveva dimostrato di avere preferenze per la Tenda: la sua gioia, infatti, non erano gli ori e i legni pregiati di cui lo circondavano ma intrattenersi con il suo popolo.

«Ecco io farò una casa a te…» aveva ribattuto Dio a Davide che non sopportava che l’Arca fosse custodita sotto una semplice tenda di beduini, mentre lui, i suoi familiari e la sua servitù godevano i confort di una abitazione regale.

Dio pensava ad un casato e Davide ad un edificio. Uno aveva a cuore le relazioni interpersonali, l’altro quelle sociali. Non è una invenzione dei tempi moderni usare la casa e l’arredo come segno di rappresentanza del proprio status sociale!

Don Vincenzo era più allineato sulle preferenze di Dio ed era convinto che il prestigio della casa dipendesse da chi la abitava e dalle relazioni che vi si instauravano.

I pochi arredi che erano in casa alla sua morte, don Vincenzo li aveva ereditati dal fratello don Giuseppe, non per desiderio di accumulo, ma per colmare i vuoti che non erano mai stati occupati, o per sostituire dei mobili ormai fuori uso. A chi lo visitava la sua canonica appariva un po’ trasandata ora a causa di una sedia traballante o dell’anta della credenza evidentemente graffiata e tarlata, ora di una finestra che si chiudeva  male o del letto sgangherato sistemato alla meglio con qualche pietra, e delle poche stoviglie, a volte sbeccate  e ingiallite per l’uso.

Era una scelta: far trasparire che nella sua casa la priorità era per il Signore e per tutti quelli che Lui, a qualsiasi titolo, vi faceva convenire.

Una canonica con un arredo d’epoca, con tappeti e suppellettili di pregio, avrebbe potuto avere le porte aperte a frotte di ragazzini chiassosi? Una cucina tirata a lucido poteva riempirsi ogni sera di  giovani contadini odorosi di fieno e di stalla e con le scarpe infangate? Per don Vincenzo la casa era accoglienza, non il biglietto da visita della classe sociale a cui apparteneva, quella dei preti, diffusamente considerata di condizioni agiate. Una scelta non tanto di povertà o di distacco, come molti hanno considerato, ma di apertura e di richiamo a Dio. In una canonica semplice ed essenziale potevano entrare il mendicante come il proprietario, il bambino come l’anziano, i contadini come gli intellettuali e nessuno doveva sentirsi fuori luogo.

Che cosa curava don Vincenzo?  Le relazioni e la loro qualità, come espressione della pastoralità di cui era stato investito con la ordinazione sacerdotale. La sua persona, come il suo habitat, dovevano essere ponte e non diaframma tra Dio e il suo popolo. Nello stile disadorno il riferimento a Dio e la cura dei suoi interessi erano più immediati. I visitatori della canonica di don Vincenzo, entrando, erano più certi di incontrare un uomo di Dio che dei beni e dei confort.

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