Beati quelli che sono nel pianto

«Beati quelli che sono nel pianto perché saranno consolati».

Sembrerebbe una contraddizione leggere fra le righe di questa esortazione apostolica qualcosa come «pianto». Il papa, infatti, sostiene, ed è appurato, che la santità e la gioia si nascondono ed emergono, al tempo stesso, anche là dove tutto appare perso, oscuro. Ciò è incomprensibile alla mentalità corrente, la quale ci propone nettamente il contrario: divertimento, godimento, svago, distrazione.

Condividere le sofferenze dei fratelli, della Chiesa e del mondo intero, smettere di ignorare, nascondere  o fuggire dalle situazioni dolorose significa avere il coraggio di leggere la realtà con verità.

Non temere di lasciarsi trafiggere dal dolore e piangere nel proprio cuore è la capacità di raggiungere le profondità della vita ed essere veramente felici .

Ciò significa che anche per me, per noi  Figlie dell’Oratorio la santità si trova e si vive nella vita ordinaria dove non può mancare la croce, tra le persone a noi vicine e non certo secondo modelli astratti o sovrumani, imitando lo stile di vita del nostro fondatore: un santo che nella semplicità, nella gioia e nell’umiltà ha vissuto straordinariamente l’ordinarietà del quotidiano. 

Anche per noi la santità si associa alla pazienza del farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze dolorose della vita propria e altrui, soprattutto se questi «altri» sono i giovani.

Associare la santità alla costanza nell’andare avanti giorno per giorno, anche quando costa fatica: la santità ci fa remare controcorrente e nelle beatitudini ci mostra la carta d’identità del cristiano.

E come potremmo, noi FdO, sottrarci a tutto questo se già più di un secolo fa il nostro fondatore, sottolineando il contrasto tra i sentimenti del mondo e quelli di Gesù Cristo, ci invitava non solo a farci prossimo a chi piange o in qualsiasi modo soffre, ma ad essere noi stesse a piangere? E per che cosa?

Non certo per le quisquilie che potrebbero ferire il nostro orgoglio, bensì per quanto don  Vincenzo esprimeva in queste poche righe che si rivelano di un’attualità sorprendente:

«Il mondo dice: ridiamo, il Vangelo: beati qui lugent. Però non i piangenti per qualunque motivo sono beati, ma chi piange i peccati propri e quelli degli altri; chi piange gli scandali ed i mali della Chiesa; chi con l’apostolo Paolo esclama: me infelix, quis me liberabit a corpore mortis huius» (Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?).

C’è quasi un annullamento delle distanze nell’immedesimarci e nell’avvicinarci a toccare le ferite dei fratelli.

Ed aggiungeva che «un giorno la consolazione avrebbe preso il posto del pianto». Una consolazione che passa attraverso il cuore, che si riversa indirettamente sui fratelli, sulla Chiesa e che raggiunge la pienezza nell’abbraccio con Dio.

Scriveva infatti don Vincenzo che la consolazione si sarebbe ricevuta

  • «nella pace che si gode nelle stesse lacrime
  • nel perdono dei peccati
  • nei meriti che si acquistano piangendo i peccati altrui
  • nei trionfi che si vedono nella Chiesa
  • nella gloria del cielo»

(suor Claudia C.)

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