Davanti al ritratto di san Vincenzo Grossi

Mi capita di sostare a lungo davanti al suo ritratto: un viso inalterato nel tempo, quasi ieratico.

Più lo fisso più mi sembra che lentamente si rianimi, e da muta immagine si faccia mio interlocutore.

Mi sorride, seppur con la sua solita discrezione.

Con lo sguardo percorro lentamente i tratti marcati del suo volto per scrutarne le ombre e interpretare le linee che lo segnano: dietro ad ogni ombra intravedo un pensiero e dietro ad ogni ruga una emozione.

Scorgo parole imprigionate tra le labbra sottili: aspettano qualcuno che le possa raccogliere e custodire?

Sono forse per me?

La staticità della sua figura non contrasta con lo sguardo ostinatamente proteso verso l’orizzonte.

Sì, perché “stare” si sposa bene con “vicino” e per essere vicini bisogna superare le distanze, quelle invisibili come quelle  materiali o corporee.

Non riesco ad incrociare il suo sguardo.

Lo percepisco molto intenso alle mie spalle: è un mandato, una sollecitazione, una mano sulla spalla, una benedizione.

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