La luce da… un incontro provvidenziale

La leggerezza con la quale i parroci che conoscevo affrontavano la questione «gioventù femminile» mi inquietava doppiamente.

Forse mi stavo incamminando in un vicolo senza uscita o forse il problema era tanto profondo e impegnativo che induceva facilmente a desistere quanti si accostavano ad esso?

Le circostanze e la provvidenza misero sul mio cammino una persona, Vittoria Squintani, che nella semplicità della propria vita aveva unificato e affrontato efficacemente il problema dell’aiuto ai sacerdoti e della cura della gioventù.  Fu per me una scoperta davvero inedita e un incontro che ha determinato nel bene la mia vita e quella di tante altre!

Mi soffermo a raccontare qualcosa di lei perché per me è stata una luce, una risposta a tanti interrogativi, una vera e propria teofania, visto che Dio non parla in prima persona ma si serve di strumenti  e mediazioni anche umani.

Vittoria era mia coetanea (nata infatti nel 1847) e mia compaesana, apparteneva ad  una famiglia  abbastanza agiata e con una buona tradizione di collaborazione in parrocchia. Forse di salute delicata, aveva scelto di non sposarsi ma di dedicarsi alla professione di insegnante. In paese era conosciuta ed apprezzata anche perché, dopo la scuola, il suo tempo era per la parrocchia, sia nella catechesi sia intrattenendo in casa le giovinette che aiutava per completare e integrare gli studi di base che non avevano potuto portare a termine. La conoscevo come si conoscono le persone che nei paesi svolgono una missione o un ruolo pubblico. Forse apparteneva alla associazione delle Figlie di Maria o delle Orsoline perché era molto praticante e sembrava anche qualcosa di più. Penso che conoscesse me come il figlio del mugnaio Grossi e il fratello di don Giuseppe, il suo parroco. Poi venne l’incontro in confessione.

Non so e non mi sono mai preoccupato di sapere se aveva scelto di venire al mio confessionale o se la provvidenza avesse guidato i suoi passi. Mi resi conto da subito che mi trovavo davanti una persona con una sensibilità spirituale e apostolica spiccata. Non c’era bisogno che io cercassi di illuminarla sulla sua vita cristiana, era guidata dallo Spirito che ne faceva una apostola e lei non si negava alle Sue illuminazioni. Non mi parlò della sua dedizione in parrocchia, ma della sua consacrazione  al Signore che  volle celebrare come nozze spirituali, nella offerta della sua vita come vittima per la Chiesa e la santificazione dei sacerdoti.

Mentre io avevo il compito di accompagnarla in questa esperienza mistica, sentivo di essere accompagnato da lei. Piano piano trovavo le risposte ai miei interrogativi. Vittoria aveva già realizzato nella sua esperienza quel progetto di cui io non riuscivo a delineare i contorni. Essa infatti, come scrisse l’archivista sul  registro in occasione del suo funerale, aveva interamente dedicato la sua breve esistenza alla collaborazione con i sacerdoti per la formazione cristiana della gioventù e lo aveva fatto con il dono della propria vita. 

Purtroppo la morte di Vittoria a poco meno di 30 anni di età, avvenuta nel 1877, sembrò per un momento infrangere il mio sogno, quello cioè di organizzare attorno a lei e sul suo esempio delle giovani donne consacrate privatamente che potessero essere di aiuto ai parroci. Dopo una fase di buio e di disorientamento compresi che era stata il seme  gettato nel solco della malattia e della sofferenza che avrebbe dato prima a me e poi ad eventuali future nuove collaboratrici la possibilità di crescere e portare i frutti di cui le parrocchie avevano bisogno.

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