Perché parto…

Il 25 gennaio 2017 suor Federica Tassi, fdo, partirà per la missione di Carcelén Bajo-Quito, in Ecuador. Le abbiamo chiesto di condividere con noi le motivazioni profonde di questo «Sì» ad una chiamata nuova e sempre antica, iscritta nel DNA originario del cristiano. Riportiamo la sua testimonianza, ringraziandola sin d’ora, e augurandoci un’eco tra i lettori/lettrici di questo blog.

15 maggio 2016, domenica di Pentecoste. Sono appena rientrata da due giorni da una settimana di esercizi spirituali. Decido di chiamare la superiora generale per raccontarle come è andata. Nel dialogo telefonico a un certo punto irrompono strane parole, inattese e inaspettate, almeno in quel contesto: «Suor Federica, ti chiedo la disponibilità per la missione». Silenzio. Vuoto. Apnea… il respiro si fa corto. Prendo tempo per dare una risposta che non sia il frutto dell’emozione e dello scossone del momento. E inizia la fase del discernimento, tormentata, travagliata, sofferente, insonne. E, dopo tanta preghiera, arrivo a dire il mio SÌ. Accetto. Parto. Destinazione: Quito, Ecuador.

Quasi 20 anni fa, in noviziato, vidi partire per andare ad aprire proprio quella che sarà la mia prossima comunità le prime tre suore, sr Margherita, sr Luigina e sr Daniela. Ricordo che le guardavo con ammirazione e con una sorta di «sana» invidia per il loro coraggio, la loro disponibilità, il loro buttarsi con fiducia in una situazione completamente nuova.

fede-2-2Oggi tocca a me e confesso che quei sentimenti che provavo poco più che ventenne non ci sono più. Ci sono in me una consapevolezza diversa, maggior disincanto e minore ingenuità, dovuti a tanti elementi acquisiti nel tempo: la conoscenza di me stessa, dell’Istituto e dei suoi membri, l’aver toccato con mano i limiti e le risorse, gli errori e le fatiche, mie e delle altre sorelle, e un idealismo che si è misurato con la concretezza della realtà. Dopo quasi vent’anni vissuti tra le Figlie dell’Oratorio, conosco le debolezze, i problemi che ci caratterizzano, e le resistenze che ci accompagnano quando cerchiamo di dare il nome giusto a ciò che viviamo, la fatica di guardare in faccia le difficoltà che ci sono.

Conosco meglio anche i miei attaccamenti, le mie paure, la fatica che faccio ad affrontarle, ho compreso sulla mia pelle che seguire Cristo non è una scampagnata, un’allegra avventura, ma è accogliere sempre più la logica del mistero pasquale. E ho conosciuto, almeno un po’, quanto costa. E quanto è dura a morire la «donna vecchia» che è in me.

fede-3Onestamente, credo che al Signore importi poco che io viva a San Mauro Marchesato, mia attuale comunità, piuttosto che a Quito. Non credo che la Sua volontà abbia a che fare con questo. È qualcosa che va ben più in profondità e c’entra con il mistero pasquale a cui accennavo prima.

Parto dunque. Senza ingenuità. Senza l’illusione che la mia strada sarà scevra da difficoltà e fatiche. Senza entusiasmi superficiali e idealismi astratti, con le mie perplessità e i miei timori.

Parto. Sapendo che le nostre comunità oltre oceano, «umanamente», non sembrano avere grandi prospettive di futuro – ma Qualcuno duemila anni fa ci ha assicurato che ciò che è impossibile all’uomo è possibile a Dio (Lc 18,27) – e che la sensibilità missionaria è una brace sotto la cenere piuttosto che una scintilla che corre tra le stoppie; che spesso pare valere la regola non scritta dell’“ognun per sé, Dio per tutti”.

Arriverò in quella terra, per me straniera, e saranno ad accogliermi due sorelle che mi hanno preceduto di poco, e dunque nuove pure loro. Ma insieme proveremo a conoscere questo nuovo pezzo di mondo dove Gesù Cristo ci ha precedute, e insieme vivremo la nostra sequela in terra ecuadoriana.in-montagna

Parto. Mettendo in conto che, soprattutto all’inizio, sarò chiamata a vivere una grande solitudine, dovuta al trovarmi in un nuovo e sconosciuto contesto culturale, religioso, sociale.

Parto. Mi sono chiesta a lungo, dopo questa disamina, perché? Perché andare, perché non dire no?

Non è solo per coerenza morale al Sì detto in passato. Anche, ovvio. Ma la coerenza di questo genere non è ancora una motivazione sufficiente.

Non è nemmeno perché c’è bisogno di me là. Anche, certo. Ma sono consapevole di non essere indispensabile. Come sono consapevole che questa disponibilità non è una mia esclusiva, è stata chiesta a me perché alcune tra noi vorrebbero partire, ma non possono, per motivi di età e salute, e altre potrebbero… ma …

Parto perché credo che le cose si possono cambiare solo dal di dentro, solo scendendo in campo e non rimanendo alla finestra a guardare o seduta in panchina. Ma anche questa, pur valida, non è una motivazione che mi basta.

Ancora, posso dire che parto perché sento vere e mie le parole del Papa, che dice che guardare il mondo dalle periferie dà uno sguardo e una comprensione diversa della realtà. E questo forse mi fa avvicinare alla vera e unica motivazione che mi permette di dire Sì:

Cristo e il Suo Vangelo.cristopantocratore1

Potrei aggrapparmi all’idea che sia Cristo che il Vangelo li trovo anche qui, ma nel mio intimo sento che la mia donazione a Lui ora passa per la linea dell’Equatore. Dire Sì è il modo concreto che ho per appoggiare realmente la mia vita su Lui e sulla Sua Parola e non su altre pseudo sicurezze. Partire potrà significare lasciare tante sovrastrutture che scambio per cose essenziali, potrà permettermi di ridare fiato al desiderio di mettere la mia vita nelle Sue mani, di lasciare che i morti seppelliscano i loro morti e annunciare il Regno di Dio, di scrollarmi di dosso l’imborghesimento che caratterizza l’occidente, anche religioso. Potrà essere la via maestra per continuare a vivere la mia consegna e il mio non appartenermi più, per stare come Cristo senza tane e senza nidi.

Parto perché è così che Lui ora mi chiede di fare mie le sue logiche, il suo stile, i suoi criteri di scelta. E questo mi basta per dire sì.

Il mio desiderio è quello di inserirmi nel solco già tracciato dalle sorelle che ci hanno preceduto, di raccogliere il testimone di chi ha seminato prima di noi. Non voglio affrontare un cambiamento così radicale per andare a fare né la «pioniera» né la «battitrice libera», anche perché una delle convinzioni che ho maturato in questi anni di vita consacrata è che sono la comunione e la fraternità che viviamo a parlare e a dare autenticità al nostro incontro con Gesù e alla nostra testimonianza.

Attraverso il mio SÌ chiedo al Signore che lo spirito missionario dell’Istituto possa crescere, essere alimentato e sostenuto, che la mia partenza non sia un «mettere una pezza» o tamponare una situazione di emergenza, ma possa essere occasione per tutte per domandarci, come famiglia religiosa, quali cammini ci sta indicando il Signore.

Suor Federica Tassi

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