La partecipazione alla vita parrocchiale

campanile-pizzighettonePer andare in chiesa, dovevamo solo attraversare la strada, ma siccome per noi bambini c’era sempre un motivo per distrarci e intrattenerci in altro, alle funzioni religiose ci accompagnava la mamma e quando non riusciva lei la sostituiva mia sorella Bettina, maggiore di me di 17 anni. Alla domenica, appena ero pronto per la messa, mi avviavo, e poi venivo recuperato perché,Municipio mentre aspettavo che arrivassero gli altri della mia famiglia per entrare insieme in chiesa, io giocavo con i miei coetanei,sotto i portici.In chiesa spesso non capivo quello che diceva il sacerdote, però mi affascinava tutto, quel non so che di misterioso che faceva sull’altare dandoci le spalle, il profumo dell’incenso, le candele che piano piano si consumavano sotto i nostri occhi, le scampanellate del sagrestano, ma soprattutto le statue e le immagini affrescate sulle pareti: l’annunciazione, la natività, l’adorazione dei magi e  la maestosa crocifissione. crocifissione campiMi incantavo a guardarle, mentre mia mamma mi raccontava l’evento che quella scena rappresentava. E poi i canti dei Vespri tutte le domeniche pomeriggio a cui partecipava anche mio papà, mettendosi nei banchi riservati agli uomini. Ho un ricordo bello delle novene al patrono san Bassiano, o in preparazione alla festa della Madonna del Rosario. Quello più vivo  si rifà alla processione del venerdì santo con la «Sacra Spina» che per l’occasione veniva tolta dal tabernacolo dove era custodita e venerata. Il parroco don Favenza era una vera e propria autorità, tutti lo rispettavano e apprezzavano il suo parere nelle questioni familiari e sociali. Ricevetti  prima la cresima e poi la prima Comunione e fu proprio nel frequentare più assiduamente la parrocchia in quegli anni che nacque in me il desiderio di essere prete.

Se fino a dieci anni circa, quando andavo in chiesa, passati i primi momenti di curiosità, mi annoiavo, dopo la prima comunione le panche della chiesa parrocchiale mi divennero familiari. Partecipavo assiduamente alle celebrazioni che accompagnavano la vita quotidiana, e in questo intreccio tra la vita e la fede, secondo un ritmo  che si ripeteva uguale ogni giorno, ogni settimana, ogni anno. cresceva piano piano la mia familiarità con il sacro e il trascendente.

Mio fratello Giuseppe era seminarista, ma mi attirava di più la figura del parroco, la sua canonica sempre ordinata e odorosa di legno antico, i libri impilati sul suo tavolo! Quando gli dissi che volevo entrare in seminario, ma che dovevo aspettare un po’,  il parroco non si scompose, mi chiese invece se ero disposto a iniziare a studiare sotto la sua guida le materie classiche. Forse mi aveva adocchiato e vedeva in me la stoffa del prete, per cui non ci pensò due volte a  voler dedicarmi tempo e pazienza.libri

La proposta di studiare con lui mi prese in contropiede, ma dentro di me decisi che l’avrei accolta. Dovevo però comunicarlo a mio padre, perché comunque avevo bisogno della sua autorizzazione, che ci fu anche se per me  fu una sorpresa. Potevo leggervi  un tacito consenso alla mia decisione di essere prete? Non correvano tra lui e me molte parole per cui la considerai un presagio di un sì futuro.

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