La novena di Natale, ovvero, la novena della carità

Nel periodo prenatalizio tra le famiglie contadine, economicamente più agiate, c’era una usanza che don Vincenzo aveva visto praticare da sua padre e da sua madre e che egli considerò una eredità morale e spirituale da salvaguardare e continuare. Nei giorni della novena venivano collocati all’ingresso delle case un sacco di farina bianca, uno di farina gialla e uno di pane bianco biscottato. Le donne della casa appena vedevano passare o avvicinarsi qualche povero o membro di famiglie povere del paese, uscivano e li invitavano a prenderne una quantità adeguata al loro bisogno. Un gesto eminentemente cristiano,  un precedente del nostro odierno scambio di doni natalizi ma molto più autentico.

Don Vincenzo incaricava per questo compito la sua perpetua che in quei giorni diventava particolarmente gentile, generosa ed affabile. A chi si avvicinava per poter ricevere qualcosa, chiedeva notizie dei familiari, della loro salute, e soprattutto assicurava che quel ben di Dio don Vincenzo non lo aveva comperato con i soldi della parrocchia ma  vi metteva del suo. Don Vincenzo, anche se dallo studio riusciva a sentire  le varie conversazioni, non si affacciava, semplicemente perché i beneficiari non si sentissero obbligati a ricambiare quella provvidenza andando alla messa di natale. No, don Vincenzo non mercanteggiava mai i beni materiali con quelli spirituali, né ostentava la sua liberalità: non voleva umiliare la dignità dei bisognosi. Era convinto che la gratuità e la condivisione avrebbero aperto una breccia nella indifferenza di parecchi suoi parrocchiani non tanto perché lo avrebbero stimato maggiormente, quanto invece perché poteva essere un richiamo alla fede in Dio che nell’Incarnazione ha rinunciato a tutti i suoi privilegi per essere vicino ad ogni uomo, per essere il Dio con noi. I beni che don Vincenzo metteva a disposizione dei poveri dovevano suscitare in loro la consapevolezza di una speciale «vicinanza».

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