Le sere d’estate…

Nelle sere d’estate, quando i contadini si sedevano sull’aia a godersi quel sottile filo d’aria che saliva dal Po’ e che, facendo tremolare le cime dei pioppi, dava l’impressione di un po’di frescura, don Vincenzo passava per salutare e, se invitato, si fermava volentieri. Era  per lui un’occasione favorevole per comunicare, senza il tono della predica, i principi della fede cristiana e, per alcuni dei contadini, l’unica possibilità di poter ascoltare una parola che li aiutasse a dare un senso cristiano alle loro vite legate da sempre e forse per sempre alla terra.

Un po’ per gli impegni di un lavoro che non aveva orari e un po’ per una vecchia abitudine, gli uomini, infatti, erano i parrocchiani meno fedeli alla chiesa, e quindi,come parroco, non si lasciava sfuggire la possibilità, quando c’era, di entrare  in relazione con loro.

Da alcune settimane c’era stata in paese una «conversione» e l’argomento si prestava per coinvolgere don Vincenzo in una conversazione che non fosse banale.

Il più anziano dei presenti incominciò a dire che da quando quel tale, che tutti conoscevano come il peggior iroso e collerico, si era convertito a Dio, non era più quello di prima. Un altro aggiunse che,avendo avuto bisogno di trattare con lui per un affare, si era reso conto che non era più inavvicinabile, ma indulgente, con un linguaggio mite e benigno.

Chi l’avrebbe creduto capace di tanto cambiamento?

Don Vincenzo lasciò tempo e spazio ai commenti dei presenti; da parte sua aggiunse che queste sono le trasformazioni che la fede, con grande meraviglia di tutti, ha operato in lui e in tante altre persone che si sono convertite.

«Un peccatore convertito è un uomo nuovo!», affermò poi, scandendo le parole quasi fosse sul pulpito della chiesa.

Prese la parola un giovane con l’intenzione di contraddire don Vincenzo, sostenendo che lui conosceva delle persone praticanti capricciose, fastidiose, superbe, linguacciute non solo in famiglia, ma anche in pubblico.

«Sicuramente questi hanno una pietà falsa od almeno imperfetta!», spiegò don Vincenzo, ma aggiunse anche che «spesso c’è una maligna esagerazione che si compiace di ingrandire i difetti dei buoni».

Intervenne il fattore, che da giovane aveva fatto studi ecclesiastici e che fino a quel momento non aveva parlato, e commentò che un uomo convertito non è un uomo perfetto, e anche nell’uomo più santo rimane qualche debolezza.

Don Vincenzo con la precisa intenzione di far giungere il messaggio ad alcuni dei presenti affermò con un tono da invito che non si può eludere:  «Se il giusto non può liberarsi del tutto dai suoi difetti, che sarà del peccatore che non ha  alcun desiderio di convertirsi?».  

Le donne, sedute in un altro gruppetto a pochi passi, avevano seguito la conversazione senza intervenire, ma a queste parole e conoscendo bene di che «stoffa» erano i loro mariti, guardando verso don Vincenzo alzarono le braccia al cielo come a dire «Dio voglia, che i nostri uomini si convertano!».

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