Il vino nuovo cerca otri nuovi

Ho partecipato due sere fa alla presentazione del recente documento “Per vino nuovo otri nuovi” emanato dalla Congregazione per la Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e approvato, con alcune sottolineature di suo pugno, da papa Francesco. Avevo già letto e riletto e sottolineato tale documento, pertanto non mi è stato difficile entrare nella logica che sottostà ad esso e soprattutto condividere ogni sua indicazione. Parlo di indicazioni non di affermazioni, perché tale documento contiene degli «orientamenti» – così si legge nel sottotitolo! – per gli istituti di vita consacrata, se non si vuole rischiare di renderla vana. Non mi soffermo ora su quanto i relatori, a partire dal Prefetto, sua eminenza il card. João Braz de Aviz, dal segretario mons. José Rodríguez Carballo, dai due sottosegretari, suor Nicla Spezzati e p. Sebastiano Paciolla fino a p. Bruno Secondin, p. Pieluigi Nava e p. Lorenzo Prezzi hanno condiviso con i numerosissimi consacrati presenti, ma alla luce di quanto ascoltato leggo oggi e condivido con i lettori un commento pervenuto al post «Il carisma: una diaconia al Vangelo». Potrei definirlo una «continuazione» del post citato, perché pone interrogativi molto importanti. È il vino nuovo che cerca gli otri nuovi!!! Non ci succeda di veder dispersi vino ed otri! È un appello urgente fermarci a riflettere e trovare, secondo le indicazioni del documento, strutture, stili e metodi nuovi per contenere il buon vino che lo Spirito sta facendo fermentare anche tra noi.

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Don Vincenzo si sentì interpellato profondamente dal «bisogno di aiuto» delle ragazze del suo tempo.

Non era così semplice, come poteva sembrare, fare qualcosa per «loro», perché purtroppo l’opera che le suore, secondo i cliché tradizionali, potevano svolgere a loro favore era impossibile, del tutto inutile o quasi, scriveva lui stesso in una memoria storica.

Sì, non poteva negare l’antipatia delle giovani verso le suore, addirittura la ripugnanza ad avvicinarle, persino l’avversione verso ciò che era religioso.

Non pretese trasformare le loro convinzioni, fatica abbastanza impropria e con esiti poco garantiti, ma pensò di cambiare prospettiva…

Non partì, infatti, dai pregiudizi delle giovani, ma dagli stereotipi delle suore che considerò dei veri e propri ostacoli. E, quando  fondò le suore figlie dell’oratorio, li volle eliminare in modo del tutto innovativo. Così sostituì il convento con la casa – e tutto quello che l’idea casa richiama!; l’abito monacale con un abito semplice, comune alla gente del tempo; le attività proprie e interne degli ordini religiosi con l’apostolato in parrocchia in collaborazione con i parroci; le cappelle private con la chiesa parrocchiale come luogo di preghiera da condividere con la gente…

Oggi la vita religiosa appare caricata di tanti stereotipi culturali, sociali, religiosi che si sono via via accumulati dagli inizi della fondazione, e, in alcuni casi, sono diventati dei veri e propri impedimenti a svolgere la missione originaria.

Credo che sia giunto il momento di domandarci: La fedeltà creativa alla intuizione di san Vincenzo Grossi quali «innovazioni» ci chiede,  di fronte ai «nostri» cliché che possono rendere poco efficace il nostro apostolato tra la gioventù? Quali sono oggi gli ostacoli che possiamo raggirare per realizzare al meglio« tutto il bene possibile» tra e per la gioventù?

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